Lo Spirito Santo ci insegna a chiamare Dio «Papà»
di Mons. Giacinto Marianecci, Direttore Diocesano e Regionale delle PP.OO.MM.
Maggio 1999
«Non è possibile celebrare Cristo e il suo giubileo senza volgersi, con lui, verso Dio, Padre nostro (Gv 20,17).
Anche lo Spirito Santo rimanda al Padre e a Gesù: se lo Spirito ci insegna a dire Gesù è il Signore (1Cor 12,3) è per renderci capaci di parlare con Dio, chiamandolo Abbà, Padre (Gal 4,6)».
Sono parole del Papa, nel messaggio destinato ai giovani del mondo in occasione della XIV giornata mondiale della gioventù. Le sue parole sono indirizzate a spiegare il tema del messaggio che è contenuto nella frase evangelica Il Padre vi ama (Gv 16,27).
Forse non ci siamo fermati sufficientemente a considerare e ad approfondire tutte le occasioni, le circostanze in cui questo amore del Padre si è manifestato, e si manifesta, nei confronti di tutti gli uomini e di ciascuno di noi in particolare. Ci siamo abituati a considerare Dio come unentità astratta, lontana dalla vita di tutti i giorni, e facciamo coesistere in noi una doppia personalità:
- luomo naturale, con i suoi riferimenti al genere umano, alla famiglia, alla società, alla politica...
- il cristiano, che entra in azione soltanto in determinati momenti, passeggeri, fugaci, con riferimenti un po confusi e nebulosi, con Dio, con il prossimo, con la morale.
Ecco perché, allora, il nostro cristianesimo si manifesta spesso come una sovrapposizione, una appiccicatura, una maschera che nasconde e tradisce le nostre reali emozioni... e quindi non viviamo di fede, come dovrebbe fare ogni cristiano.
Ma... Dio ci ama... e quindi ci aspetta... ma fino a quando lo lasceremo aspettare? Nel frastuono della vita di tutti i giorni, nel susseguirsi di azioni o attività che occupano e offuscano la nostra giornata, bisogna trovare un momento di pausa per ascoltare la voce di Dio... Ma bisogna, per questo, far tacere il relativo, per sentire lassoluto.
Qualche volta, dopo aver perduto i genitori, rimpiangiamo di non aver, prima, posto sufficiente attenzione alle loro parole... e vorremmo tornare indietro, ma non possiamo...
La stessa cosa ci capita nei confronti di Dio... (e laccorgercene è già una grazia!); non aspettiamo che accada lirreparabile: approfittiamo dellattimo fuggente, che passa, per sentire - ora - la voce del Signore: non indurite il vo-stro cuore (Salmo 94,4); Dio ci ricorda che siamo suoi figli... e ci esorta a essere perfetti come il Padre celeste è perfetto (cfr. Mt 5,48); e ci insegna a pregare... Padre nostro che sei nei cieli.
Padre nostro...
È Lui che ci suggerisce di chiamarlo così... anzi ancor più teneramente e affettuosamente: Abbà, Papà. Ma quando recitiamo il Padre nostro, diamo il giusto valore a tutte le parole che pronunciamo? E quando diciamo Padre, vogliamo realmente rivolgerci a Lui con la pienezza del nostro affetto, della nostra gratitudine, della nostra figliolanza, nel rispetto della Sua Paternità? Padre nostro...! Vogliamo sentirci stretti nellabbraccio e nella protezione di questo Padre, che ha pensato a ciascuno di noi con amore infinito e ci segue con trepidazione mentre usiamo della libertà di cui ci ha fatto dono... E allora quella divisione tra luomo e il cristiano scomparirà.
Allora resterà in ombra il figliol prodigo, insofferente della soggezione paterna e della noia quotidiana, desideroso di novità eccitanti e pericolose... ed emergerà il figlio pentito, fiducioso nella bontà, nella comprensione, nel perdono del Padre... Padre ho peccato contro di Te...!
Dentro di noi sentiamo che Egli, il Padre, ci ha perdonato già prima che glielo chiediamo. Una frase è particolarmente significativa, in quella parabola: era ancora lontano quando suo padre lo vide e se ne intenerì, ecc. (cfr. Lc 15,20ss).
È il Padre che vede per primo il figlio; significa che lo aspettava... da quando lui se ne era andato...; che aveva scrutato lorizzonte ogni giorno per vederlo comparire...; significa che la decisione del ritorno, presa dal figlio, era stata generata dal desiderio del Padre.
Nella parabola sono contemplati due modi diversi di essere figli: il modo del più giovane e il modo del più anziano... ma la parabola prende nome dal primo, perché vuole sottolineare la grandezza del perdono e della misericordia del Padre, che invita alla gioia, perché questo tuo fratello - dice rivolto allanziano - era morto ed è tornato in vita (Lc 15,32).
Queste parole mi riportano alle famose pagine della conversione dellInnominato nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Il Card. Federico Borromeo, rivolgendosi a Don Abbondio, pensando che forse quel dispiacere (che appariva sul volto del sacerdote) gli potesse anche venire dal parergli essere trascurato, e come lasciato in un canto, tanto più in paragone dun facinoroso così ben accolto, così accarezzato... gli dis-se: Signor curato, voi siete sempre con me, nella casa del nostro buon Padre; ma questo... questo perierat, et inventus est... (era perduto ed è stato ritrovato... appunto!).
E il Manzoni pensava certamente a questa parabola. Mettiamoci anche noi nei panni dei due fratelli (e, se vogliamo, anche dellInnominato e di Don Abbondio), anche perché in realtà nelle varie vicissitudini della nostra vita ci siamo ritrovati ora nelluno ora nellaltro, e, certi dellamore del Padre - quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! (1Gv 3,1) - rivolgiamo a Lui la nostra preghiera fatta di fede, di speranza, di amore, di abbandono...
Padre nostro...!
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