Lo Spirito Santo chiama
Catechesi di Mons. Domenico Sigalini, Vescovo di Palestrina
in occasione della XXIII GMG - Sydney, 18 luglio 2008

 Dentro questo vasto mondo, che abbiamo in casa, ma che si allarga all'universo, lo Spirito Santo ci aiuta a rispondere, si fa intelligenza e forza di una gamma inimmaginabile di percorsi, di strade, di vite. Ed è sempre lui che ci chiama.

1. Lo Spirito Santo, non le tradizioni ammuffite o le consuetudini di paese, chiama alla bellezza di una "vita consacrata". Vuole che nel mondo ci sia "un dito puntato" verso il regno, una appassionata e ingenua speranza di cieli nuovi e terra nuova, qualcuno che fa da sostegno e riferimento perché ogni uomo e ogni cristiano tocchi con mano la forza attrattiva, la concretezza del Regno di Dio. La tua missione, dice lo Spirito, è offrirti a tutti gli uomini come segno tangibile che Dio è la felicità piena nel suo regno.

2. Lo Spirito Santo, e non preoccupazioni organizzative o di controllo, vuole che ci siano i presbiteri perché ci sia qualcuno che faccia esplodere la gioia di vivere nei sacramenti, caricandoli della vita del mondo e della creatività della comunità; qualcuno che faccia innamorare della Chiesa, di questa comunità tante volte sgangherata, ma sempre l'orologio che segna l'ora della salvezza, un popolo che si dice e si ripete la vita di Cristo che risuona dentro ciascuno. La tua missione, dice lo Spirito, è fare della vita una continua Eucaristia, garantire agli uomini il dono di Gesù fino all'ultima goccia.

3. Lo Spirito Santo e non la mancanza di fantasia o una acida rassegnazione, vuole che ci sia chi vive la verginità, cioè la decisione radicale di dare il proprio amore a tutti, perché gli uomini siano capaci di donarlo fino in fondo a qualcuno; vuole che ci sia chi decide di vivere da povero, cioè chi crede e si affida allo Spirito, perché le cose siano lasciate sempre al loro posto di strumenti; vuole che ci sia l'obbediente, cioè colui che affida la propria vita a un progetto definitivo, perché in molti trovino la forza e la volontà di non lasciare al caso nessun pezzo della propria vita. La tua missione, dice lo Spirito, è di incarnare la definitività del Regno dei cieli, di anticipare il paradiso.

4. Lo Spirito Santo, e non la voglia di imboscarsi o l'attesa di una prima occupazione, vuole che ci sia il volontario, chi inscrive nella sua vita un progetto dotato di pace, di servizio, di disponibilità perché tutti vivano la gratuità, che ci sia chi sa dare con gioia un anno della sua vita gratis per gli altri, che abbia il coraggio di smettere di pensare solo alla carriera, e ne immagini un'altra che ha come principio, il bene dell'umanità. La tua missione, dice lo Spirito, è quella di far cogliere a tutti gli uomini che la vera gioia è vivere per gli altri e lì incontrare Dio.

5. Lo Spirito Santo, e non innominabili passioni o ineluttabili istinti umani, vuole la gioia di un amore condiviso nel matrimonio, la scelta definitiva di vivere con una persona, la gioia di scambiarsi affetto, di progettare vita, di donarsi senza riserve perché sia quotidiano, capillare, evidente come il sole, esplicito e concreto il suo amore intramontabile per gli uomini. La tua missione, dice lo Spirito, è di mostrare agli uomini la grandezza dell'amore di Cristo verso l'umanità e la chiesa, il suo amore sponsale, e la chiamata di tutti alla vita, alla fiducia nel futuro, alla collaborazione con Dio nel creare vita nel mondo.

6. Lo Spirito Santo, e non un vano senso di avventura o la mancanza di adattamento alla quotidianità, vuole che ci sia chi, cristiano laico o cristiano prete, vada ad annunciare il Vangelo lasciando la sua cultura, per arricchire la fede di un'esperienza umana ancora a lei sconosciuta. È Lui che fa percorrere a San Paolo tutte le strade del mondo per portare il Vangelo. È lo Spirito che sbaraglia i primi cristiani e li disperde in tutto il mondo allora conosciuto. La tua missione, dice lo Spirito, è di far conoscere con la tua vita, attraverso la tua cultura, incarnandoti in quella degli uomini che incontri, e con la tua dedizione assoluta, il Vangelo a chi ancora non ha incontrato Cristo.

7. Lo Spirito Santo, e non la paura del mondo o una comoda fuga è colui che ti chiama alla contemplazione, nel silenzio, nell'unione intima quotidiana, nella meditazione delle sue grandi meraviglie, nel canto delle sue lodi, nell'offerta di te con Gesù al Padre sul calvario e sul monte delle beatitudini, sulla croce e nella gloria della risurrezione, sulla via di Gerico e di Emmaus. La tua missione, dice lo Spirito, è di anticipare la beatitudine dell'intimità definitiva con Gesù, perché gli uomini alzino ogni giorno lo sguardo a Dio.

8. Lo Spirito Santo, e non il non sapere che fare, vuole che ci siano animatori del cammino di fede in parrocchia, o giovani che giocano la propria fede nella politica, in una faticosa, ma necessaria amministrazione della cosa pubblica, della giustizia, delle risorse umane; è Lui che suscita persone che si spendono per il bene comune, che hanno coraggio di creare cultura, comunicare la fede attraverso le molteplici espressioni della vita e gli strumenti che la tecnica e la scienza ci hanno dato. È lo Spirito che ci spinge a lanciare tutti gli sms possibili che contengono la bella notizia del regno, è lo Spirito che suscita animatori che sanno stare nella strada o nei luoghi del tempo libero a sprigionare da ogni frammento di vita il Signore della vita. La tua missione, dice lo Spirito, è di fare del Vangelo, la tua ragione di vita e di esprimere in ogni luogo della tua quotidianità, in ogni spazio in cui si costruisce la storia dell'umanità, la presenza di Gesù.
 È lo Spirito Santo che ti toglie di mano il telecomando con cui disperdi la vita su tutto senza gustare niente e te lo fa fissare negli occhi di Gesù, nella contemplazione del suo volto, nella sete di Cristo che hanno gli uomini e ti dà forza per deciderti.

La difficoltà della decisione. Vogliamo ora analizzare una vocazione in particolare, quella presbiterale, perché è tipica ed esemplare per ogni altra vocazione nella Chiesa.
 Essere presbiteri è vivere un ministero all'interno della comunità cristiana tra i tanti ministeri che Dio affida a coloro che ha associato a sé nel battesimo. È un ministero di particolare significato, ha una sua specifica collocazione nella Chiesa, non crea però una particolare prima serie rispetto ai fedeli laici che sarebbero di seconda; non è una privilegiata strada di santificazione, ma un servizio, un ministero necessario alla comunità cristiana all'interno della necessità di altri ministeri. Eppure la strada che porta ad assumere tale scelta conosce maggiori e più numerose difficoltà di altre scelte. Ci si può superficialmente fermare ad attribuire la causa al fatto che è un ministero legato al celibato, che oggi le famiglie hanno un minor numero di figli rispetto a ieri, che oggi il presbitero non gode della considerazione che si pensa essere stata tipica di altri periodi storici. Sono pure motivi che possono dare un contributo alle difficoltà, ma non sono a mio avviso le questioni principali. Proviamo a vedere il problema leggendo tra le righe dei motivi che fanno decidere un giovane di rispondere affermativamente a una chiamata a diventare presbitero.

I motivi di una scelta. I motivi che spingono i giovani a decidersi sono spesso molto semplici; non sono scelte teologiche profonde, conoscenza del valore spirituale della figura del presbitero, riflessione sulla natura della Chiesa. Un giovane sta facendo l'università, si scopre buttato in un mondo di amici senza slancio, tesi a scavare il massimo (che è poi un minimo) di soddisfazione dalle situazioni della confusione goliardica, lo paragona al suo ambiente parrocchiale che ha più gusto per la vita: decide di farsi prete. Gli chiedo: «ma tu ami Gesù Cristo? è il centro della tua vita? sei disposto a orientare la tua esistenza globalmente a Lui?». Mi risponde con grande candore: «Non lo so. È una domanda difficile che non mi sono mai posto. Ma io voglio farmi prete».
 Un altro vive tranquillamente la sua routine settimanale: lavoro, giro per rincorrere ragazze, compagnia, gruppo parrocchiale, qualche incontro diocesano per capirci qualcosa di più, lavoro dignitoso nello stipendio, ma avaro di giustizia tra tutti. Sempre un interesse a scavare significati più profondi dalla vita. «Ho bisogno di qualche cosa d'altro: mi faccio prete, o meglio, voglio scandagliare questa strada».
 Esistono poi i convertiti; quelli che lo hanno sempre pensato, ma mai espresso; chi viene da una famiglia serenamente cristiana e chi proviene da situazioni familiari di facile laicismo. Talora è un esempio che trascina, altre volte, e non sono pochi oggi, è il naturale sviluppo di una seria esperienza di volontariato in cui ha avuto tempo di sperimentare gratuità, di fermarsi a pensare, di togliersi dall'assordante routine della gazzetta dello sport e della cuffia, di provare la gioia di mettersi a disposizione per far crescere; qualcuno ha davanti una figura avvincente e, in parte, gente dal cuore pulito... Verrebbe proprio da dire che Dio si chiama come vuole i suoi presbiteri, come del resto ogni uomo alla fede.

Dove sta il problema. Il problema è forse di leggere sotto le prime "banali" motivazioni e sotto quelle in seguito più mature che hanno fatto assumere le decisioni definitive, l'ossatura che le ha sorrette.
 Gli elementi fondamentali che accompagnano oggi queste decisioni sono: una esperienza quotidiana di comunità cristiana educativa; un sufficiente indice di radicalità, di decisione, di opposizione alle mezze misure; una percezione profonda del posto rilevante che ha la fede nella vita.
 Talora questi motivi sono presenti in maniera appena accennata perché prevale l'amicizia, l'esempio stimolante che attira in quella precisa stagione che il giovane sta vivendo, la ricerca affannata di qualcosa di certo, la valutazione delle proprie sconfitte umane, la consuetudine fantasiosa con una visione altamente idealizzata del prete... Se noi però andiamo al fondo anche delle motivazioni deboli troviamo almeno uno di quegli elementi detti sopra. Saranno questi elementi che lentamente, quando il giovane verrà messo a contatto col "chi è" del prete, lo aiuteranno a incanalare le energie vive e stimolanti dei primi motivi, alla ricerca di una autentica decisione di vita, al cui centro nessuno dubita che debba essere posta la figura di Cristo.
 Esistono però oggi sufficienti spinte alla radicalità della esperienza cristiana nei nostri percorsi educativi? Faccio notare che collego radicalità e percorso educativo, per non fraintendere tra decisione radicale per Cristo e fondamentalismo, troppo di moda oggi e incapace di sostenere una equilibrata decisione di vita.
 Esiste nell'esperienza culturale delle nostre comunità una stima della fede e dei vari ministeri di cui si serve per dirsi in termini significativi agli uomini d'oggi? Spesso è più importante l'organizzazione, il successo delle iniziative, l'incidenza sull'opinione pubblica e non il nocciolo che si staglia su tutte e le motiva in profondità. Ne consegue che il prete è visto o solo come animatore, o come vulcano di attività o come custode del sacro, se non ha doti esaltanti per l'organizzazione, ma non è mai visto come il presbitero. Questo capita a livello di ragazzi, di adolescenti e di giovani.