La presenza dello Spirito Santo
nella vita della Chiesa

 Senza niente di spettacolare e nel silenzio di Dio, sul Calvario Gesù opera il più grande miracolo della storia, rimettendo il suo soffio divino sul mondo, cioè lo Spirito Santo. Infatti, all'ultimo momento della sua esistenza terrena, Gesù decide di dare ai suoi lo Spirito, essendo il dono che contiene tutti i doni e che compie tutte le promesse dell'Antico Testamento. Gesù, vincitore della morte con la sua morte d'amore, ha trasmesso il suo Spirito, anzitutto alla Chiesa presente al Calvario, vale a dire a Giovanni e alle donne che lo seguivano fino alla Croce. Entrando pertanto al Cenacolo dopo la sua risurrezione, Egli riempe i discepoli di gioia, di pace e di Spirito.
 L'Apocalisse ci chiama all'ascolto dello Spirito Santo, nel messaggio che porta alle sette chiese, per entrare nel Regno glorioso dell'Agnello. Certo l'umanità ha bisogno, oggi più che in qualunque altro tempo, della luce e della forza dello Spirito Santo. «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese: Al vincitore darò da mangiare il frutto dell'albero della vita, che si trova nel paradiso di Dio» (Ap 2,7). In realtà, le sette chiese rappresentano tutte le chiese unite in Cristo Risorto e nello Spirito, in vincolo d'amore e di diversità.
 La Pentecoste è la manifestazione della Chiesa e l'esperienza che la prima comunità cristiana ha dello Spirito Santo, accompagnata da vento, lingue e fuoco. Essa mostra che lo Spirito sarà per la Chiesa come fu per Gesù stesso durante la sua vita terrena: forza e guida nel cammino verso il compimento della volontà del Padre. Pietro si alza il giorno stesso della Pentecoste per annunciare l'effusione universale dello Spirito per il bene di tutti gli uomini (cfr. Lumen Gentium, 10). Tuttavia, questo evento si rinnoverà incessantemente nella vita della prima comunità: nella casa di Cornelio (At 10,1-8), a Efeso quando Paolo impone le mani sui discepoli di Giovanni il Battista (At 19,6-7), nel Concilio di Gerusalemme dove gli apostoli decidono insieme allo Spirito Santo (At 15,28). Lo Spirito è sempre presente come la guida della Chiesa nella via dell'amore di Gesù morto e risorto.
 Inoltre l'Apocalisse parla esplicitamente dello Spirito Santo, designandolo «fiume d'acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell'Agnello» (22,1). L'acqua viva è lo Spirito che, come leggiamo nel Vangelo di Giovanni, Gesù ha promesso ai credenti nel suo nome. Inoltre i sette spiriti (Ap 1,4; 3,1; 4,5; 5,6), che stanno davanti al trono dell'Altissimo, evocano pure i sette doni dello Spirito che riposano sul Messia (cfr. Isaia 11,1-3) cioè sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio. In effetti, il culmine del simbolismo legato allo Spirito Santo si trova alla fine dell'Apocalisse, mettendo la Chiesa in relazione diretta con lo Spirito: «Lo Spirito e la sposa dicono: "Vieni!". E chi ascolta ripeta: "Vieni!". Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l'acqua della vita» (22,17).
 Ma la pentecoste è finita oppure continua sempre ad avere le sue manifestazioni in diverse maniere proprie all'azione dello Spirito Santo? Prima di precipitarsi a dare un qualsiasi giudizio, occorre ascoltare ciò che lo Spirito dice oggi alla Chiesa, accogliere le sue ispirazioni e leggere i segni dei tempi.
 La sorgente di riferimento per noi nel terzo millennio è la grande manifestazione esistenziale dello Spirito, cioè il Concilio Vaticano II, durante il quale i partecipanti hanno vissuto una vera e nuova Pentecoste. Un concilio dello Spirito, per annunciare il Vangelo al mondo intero: nelle sue pagine possiamo leggere ciò che dice lo Spirito alle Chiese.
 Paolo VI, nell'Udienza Generale del 29 novembre 1972, afferma che «la Chiesa ha bisogno della sua perenne Pentecoste; ha bisogno di fuoco nel cuore, di parola sulle labbra, di profezia nello sguardo». Inoltre, il medesimo Papa si rende conto che alla cristologia e all'ecclesiologia del Concilio devono seguire uno studio nuovo e un culto rinnovato dello Spirito Santo, come complemento indispensabile dell'insegnamento del Concilio (cfr. L'Osservatore Romano, 7 giugno 1973). Di conseguenza, l'approfondimento della conoscenza dello Spirito e la consacrazione alla sua glorificazione, sono fatti che procedono dalla stessa volontà manifestata nel Concilio, al fine di rinnovare la Chiesa.
 Il dono della Pentecoste è lo Spirito Santo che affida alla Chiesa e a ognuno di noi l'evangelizzazione dell'umanità, perché non c'è evangelizzazione possibile senza l'azione dello Spirito. Ogni uomo può riconoscere la gioia di essere inabitato dallo Spirito del Dio vivente e di non essere più orfano (cfr. Gv 14,18). La comprensione giovannea del dono dello Spirito ci permette di enunciare che la Pentecoste si vive ogni giorno, senza vento gagliardo né fiamma di fuoco, ogni volta che l'uomo si rende conto della presenza viva dello Spirito Santo in lui, come suo tempio, sua dimora, e ogni volta che scopre che questo Spirito lo spinge all'incontro con la verità, a ritrovare la sua sorgente, la sua figliolanza e a camminare sulla via della sua rinascita per una vita nuova. Questa vita nello Spirito non è riservata ai mistici: ognuno di noi può impegnarsi su questa via, se si lascia toccare dallo Spirito. Occorre giorno dopo giorno imparare a cogliere questa presenza divina nella propria vita concreta per passare dalla divisione all'unità interiore dove l'uomo si costruisce nello Spirito.
 Per imparare a camminare nello Spirito, abbiamo come esempio di vita il Signore Gesù Cristo e anche i santi che, seguendo Gesù, hanno tracciato una regola di vita. In effetti, conosciamo i padri e dottori d'Occidente, ma purtroppo abbiamo una idea minima sulla grandissima e ricchissima tradizione della Chiesa d'Oriente. Da Basilio Magno a Silvano del Monte Athos, la tradizione orientale è piena di preghiere, di meditazioni e di trattati sullo Spirito Santo, che mostrano l'attaccamento della Chiesa a rendere gloria e onore alla terza Persona della Santissima Trinità. Questo spiega perché per un orientale sia inconcepibile raccogliersi in preghiera senza invocare lo Spirito Santo.
 Invochiamo lo Spirito e lasciamo che invada il nostro cuore e la nostra vita, per poter vivere una pentecoste quotidiana che renda il popolo di Dio sparso nel mondo un'autentica immagine del suo Regno.
 «Alla fine del tempo tutto si trasformerà e riceverà un'impronta nuova; l'impronta di Dio nello Spirito Santo.
 Le anime poi, nelle quali il Padre troverà l'immagine del suo Unigenito, saranno trasportate e stabilite nella gloria per i secoli eterni negli ardori dello stesso Spirito che con il Padre e il Figlio vive e regna, in una gloriosa, ineffabile beatitudine» (Gesù alla Povera Anima, 25-11-1965).