La mozione dello Spirito nell'incontro con Cristo
di Don Luciano Sole, biblista

1. Una lunga attesa
 Per adempiere la legge di Mosè, Giuseppe e Maria salgono a Gerusalemme per offrire al Signore il loro maschio primogenito. In quel frangente compare un anziano, di nome Simeone, un uomo osservante della legge, disponibile al volere divino, con un comportamento attento e fedele agli atti di culto.
 Costui «attendeva la consolazione di Israele» (Lc 2,25). Egli è interessato al bene del suo popolo, che rappresenta e sintetizza negli aspetti migliori, quelli legati alla peculiare religiosità ebraica.
 Questa attesa ha definito il senso globale e unitario dei lunghi giorni della sua vita. Egli non ha mai rinunciato alla speranza, anche di fronte al suo Dio apparentemente inattivo e indifferente. Aspettava ciò che umanamente l'uomo non può procurarsi da sé, poiché l'umanità progredisce nel corso della storia, ma è incapace di trovare o conquistare la consolazione. Questa è offerta da un personaggio preciso e concreto, il Messia del Signore.

2. L'insegnamento interiore dello Spirito
 Nella descrizione di questo anziano, un particolare non va trascurato, poiché viene evidenziata per tre volte dall'evangelista l'azione dello Spirito Santo.
 Si afferma anzitutto che «lo Spirito Santo era su di lui» (2,26); ciò significa che stava in lui come nei profeti: una permanenza per la missione, che fa di Simeone l'uomo plasmato e invaso dallo Spirito. D'altra parte lo Spirito non resta inerme, ma costituisce una presenza dinamica, che opera in questo uomo in vari modi.
 Il testo evangelico pone una prima precisazione: «Gli era stato annunciato dallo Spirito Santo che non avrebbe visto la morte prima di vedere il Cristo del Signore» (Lc 2,26). Il vecchio avverte che sta per arrivare il Messia. Non è informato da un qualsiasi istinto, da doti di preveggenza, da supposizioni, da calcoli, ma è illuminato dallo Spirito Santo, cioè da una luce soprannaturale, proveniente da Dio. È lo Spirito che rischiara la sua mente, gli attesta la notizia, gli dà questo responso; è lo Spirito che lo proietta in avanti, in atteggiamento di attesa vigilante e sicura. La sua speranza, fatta di serena fiducia che assume sfumature di interiore certezza, è fondata sulla docilità alle illuminazioni dello Spirito.
 Un'attesa questa della venuta del Messia che non si basa su una generica e scontata fiducia che Dio non avrebbe dimenticato il suo popolo e che prima o poi avrebbe inviato il suo Messia. In questo caso invece è in atto qualcosa di urgente e imminente. Essendo avanzato nell'età, Simeone avrebbe potuto riflettere tra sé che il Messia certamente non sarebbe venuto entro l'arco della sua esistenza, ormai all'epilogo, ma lo avrebbero veduto le generazioni posteriori alla sua. In lui la speranza ha tutte le ragioni umane per affievolirsi. Al contrario lo Spirito, con la sua interiore rivelazione, sostiene l'attesa, la rinnova, la consolida, la vivifica, la certifica e l'attualizza; non la proietta nel futuro lontano, ma la rende presente ora e qui.

3. L'orientamento a Cristo
 Lo Spirito in questo modo orienta l'animo di quest'anziano all'incontro col Salvatore, accorcia i tempi, li supera, lo lancia così fortemente verso il Messia, già vicino. Senza lo Spirito, Cristo è distante, molto distante sia in senso spaziale, perché non lo si riconosce anche se è presente, sia in senso temporale, perché lo si ritiene ancora lontano nel tempo, come quando l'uomo si addormenta spiritualmente e lo sposo tarda a venire. Lo Spirito sospinge l'anima in direzione di Cristo, che si fa attuale. In mancanza dello Spirito, Cristo repentinamente cade nel dimenticatoio, mentre l'esistenza umana cerca sostegno su false speranze, si dirige verso realtà effimere.
 Simeone, alle soglie della morte, non si ripiega sul passato né si ferma al ricordo dei tempi trascorsi, ma è proteso ad accogliere la salvezza, ch'egli ha viva nel cuore e ha atteso a lungo. Di fatto dimostra di essere giovane grazie allo Spirito divino, così che può guardare in avanti, verso Cristo, perché Cristo è il vero futuro. Lo Spirito gli fa capire che ha un avvenire prossimo, che non è la morte. Infatti Simeone prima vede Cristo, poi accoglie la morte; prima la vita, la salvezza, poi la fine. Non il contrario.
 Qualsiasi anziano di solito guarda indietro, alla vita passata, perché davanti a sé ha solo una cosa certa, la morte. Invece Simeone mira in avanti, perché davanti ai suoi occhi sta la certezza della salvezza, sta per arrivare il Messia, dopo del quale giungerà la morte. Per questo il suo cuore è nella pace, il suo spirito gioisce. Prima di tutto occorre attendere il Messia, confidare nella sua salvezza.

4. La mozione dello Spirito
 Il brano evangelico fa ancora un richiamo allo Spirito: «Si diresse nello Spirito verso il tempio» (2,27). È Simeone che va al tempio, ma il suo non è un semplice andare per motivi umani o tutt'al più religiosi; egli va poiché lo Spirito muove il suo volere e lui si lascia condurre. Lo Spirito, oltre a illuminare l'intelligenza, sprona la volontà. Mosso da questo istinto spirituale, Simeone compie qualcosa che non subito capisce, ma comprenderà soltanto alla fine, quando incontrerà il bambino Gesù. Dallo Spirito è sollecitato all'incontro con il Messia, mentre, da un punto di vista semplicemente umano, si dirige verso l'edificio sacro. La sua esistenza è stata spesa nell'attesa, ora lo Spirito lo spinge al contatto, in modo da vedere fisicamente e prendere tra le braccia il Cristo.

5. La gioia dell'incontro
 L'incontro con Gesù sembra che avvenga per caso, mentre esso è determinato da due diversi movimenti: il bambino è portato al tempio dai genitori per adempiere la legge, Simeone è mosso interiormente dallo Spirito per andare al tempio. La legge per gli uni e lo Spirito per l'altro concorrono e favoriscono l'incontro: il medesimo luogo sacro li accoglie e li unisce nell'unico evento salvifico.
 «Lo ricevette tra le braccia e benedisse Dio» (2,28). Simeone glorifica il Signore in segno di lode, di gioia, di gratitudine, mentre "riceve" Gesù tra le braccia. Egli stringe a sé un bambino, umanamente come tanti altri, non ornato di segni regali o trionfali, tuttavia è in grado di individuarlo nella sua identità profonda. Lo riconosce nella luce di Dio, lo abbraccia nella fede. Simeone qui non è più un uomo che attende, diventa ormai l'uomo che vede. Proprio perché ha tra le braccia Gesù e ha capito chi è veramente questo bambino, esplode nella lode a Dio, in una infinita gratitudine. Quale altra realtà è più grande di Gesù? Quale dono maggiore può elargire il Padre, oltre suo Figlio, il salvatore?
 Questo vecchio può celebrare così la festa della sua vita. L'ora messianica è giunta, il tempo decisivo della salvezza è in atto. L'antica promessa che sembrava disperdersi in un lontano futuro, è ora una realtà, è qui tra le sue braccia. Ora i suoi occhi la vedono, egli non si può ingannare, non può attendere altro tempo. Ormai ha raggiunto lo scopo della vita; ne gode e non ha più nulla di importante da sperare sulla terra e dalla vita stessa. Gesù, la salvezza, è tutto.