Ricevete lo Spirito Santo
di Padre Ubaldo Terrinoni, OFM Capp., biblista
Il Risorto appare agli Undici
L'evangelista Giovanni esaurisce in cinque versetti del capitolo ventesimo il racconto di un evento straordinario per la vita della Chiesa di tutti i tempi e per la vita del cristiano: l'evento della Pentecoste. Nei primi due versetti e metà del terzo (vv. 19-21a) narra la prima apparizione del Risorto agli Undici, ai quali mostra le cicatrici della crocifissione, nelle mani e nel costato, per confermare l'identità di colui che è davanti a loro. Nei versetti successivi (vv. 21b-23), fa seguire la narrazione del dono dello Spirito Santo e l'invio per la missione in tutto il mondo.
Dopo i tragici eventi del Calvario, gli Undici si sono rinchiusi nel Cenacolo in preda alla paura, «per timore dei Giudei» precisa Giovanni (v. 19). In realtà, essi temono che i Giudei, dopo essersi liberati dello scomodo Maestro, intendano procedere nei loro confronti per sbarazzarsi definitivamente di tutto ciò che riguarda Gesù di Nazareth. Quindi, la paura di una rappresaglia li paralizza. La loro «è una paura che viene dal mondo (dai Giudei), che se ne serve per impedire alla luce di farsi strada: una paura che trova complicità nel cuore stesso dell'uomo, prigioniero della stima del mondo ed eccessivamente preoccupato di sé, e lo rende cieco ed esitante» (I Vangeli, Cittadella, Assisi).
Ma presto l'incubo si dissolve perché il Risorto si presenta, all'improvviso, nel luogo sbarrato dove si trovano i suoi; entra a porte chiuse e cambia radicalmente la situazione; fa compiere un rapido passaggio: dalla paura alla pienezza della gioia: «Nel vedere il Signore, furono pieni di gioia» (v. 20). Il ricordo del Calvario non viene annullato, però il Crocifisso risulta per sempre e per tutti la rivelazione del grande mistero d'amore per ogni uomo, il mistero della vita che sboccia dall'evento della morte del Crocifisso, che è il più vivo dei vivi.
Il Risorto si presenta con un saluto ripetuto due volte: «Pace a voi!» (vv. 19.21). Ovviamente non si tratta di un semplice augurio, bensì dell'annuncio di un fatto reale: ora fa dono ai suoi di ciò che aveva promesso nei discorsi di addio: «Vi do la mia pace; non ve la do come la dà il mondo» (14,27; 16,33). È il dono nuovo! L'assenza del verbo nel saluto, fa capire che si tratta di un dono di molto superiore al consueto saluto ebraico. Perciò, la pace che egli dona non è soltanto il contrario della paura, ma è una "forza" che determina un nuovo ordine di rapporti nel tessuto sociale. La sua pace inoltre non è fondata sulla logica dell'interesse, dell'immediato tornaconto, della violenza o del ricatto; è fondata invece sulla logica dell'amore, del rispetto e del valore dell'altro.
«Ricevete lo Spirito Santo»
Nella seconda parte della breve narrazione (vv. 21b-23), l'evangelista fa seguire tre importanti e preziose certezze teologiche: il soffio creatore («soffiò su di loro»), il dono dello Spirito («ricevete lo Spirito Santo») e l'investitura missionaria («... anch'io mando voi»). Gesù Risorto dà così inizio all'ultimo tempo della storia della salvezza, nella quale lo Spirito Santo sarà il grande protagonista insieme alla Parola, che è destinata a crescere e a diffondersi dovunque (At 6,7; 12,24; 19,20).
Con un gesto diventato rituale poi nella Chiesa, Gesù alita sui discepoli per significare il prezioso Dono che intende fare a loro. Come l'adam plasmato da Dio diventò un essere vivente per il soffio divino (Gn 2,7; Sap 15,11), così ora, il Risorto dà inizio a una nuova creazione; apre un nuovo capitolo della storia con uomini nuovi destinati al ministero apostolico per far arrivare a tutti i frutti della vittoria sul peccato e sulla morte. È ormai possibile la risurrezione per colui che è stato ucciso nell'anima dal peccato.
Al gesto del "soffio", Gesù fa seguire il momento del reale Dono: «Ricevete lo Spirito Santo» (v. 22). Il testo greco fa ricorrere qui il verbo "làbete" (da lambàno) e vuol dire "prendete", per sottolineare chiaramente che lo Spirito non è soltanto dato dal Risorto e ricevuto passivamente dai discepoli. Tutt'altro! Si richiede la loro partecipazione, la loro intenzionale disponibilità per accogliere un tale inestimabile "Dono". Deve dunque intercorrere una bella, magnifica sinergia tra il Risorto, lo Spirito e il singolo discepolo.
Così, lo Spirito accolto dal discepolo vuole risultare non una presenza inerte, bensì un principio dinamico di una nuova vita; principio nuovo dei pensieri, delle scelte, del lavoro, delle fatiche, delle gioie, delle sofferenze, delle conquiste... Egli vuole rinnovare, riunire, richiamare, sollecitare, stimolare, sostenere, incoraggiare... E tutto ciò perché con il dono dello Spirito si comincia a pensare, vivere, programmare e scegliere con criteri nuovi! Si comprende di qui come risulta impegnativa e coinvolgente la sinergia con lo Spirito...!
Infine, segue il momento dell'invio missionario: «... anch'io mando voi». I discepoli, prima tremebondi, diventano poi audaci, forti e felici messaggeri del Vangelo, grazie al dono dello Spirito Santo. Essi si aprono al mondo intero, perché la Chiesa è per sua natura missionaria, è aperta al dialogo con tutte le culture. Guidati dallo Spirito, si lanciano per le strade del mondo per annunciare il messaggio di salvezza del Cristo.
«Nel giorno di Pentecoste - recita il Vaticano II -, (lo Spirito) venne sui discepoli per rimanere con loro in eterno, la Chiesa fu pubblicamente manifestata dinanzi alla folla ed ebbe inizio la diffusione del Vangelo fra le genti per mezzo della predicazione, e finalmente fu prefigurata l'unione dei popoli nella cattolicità della fede, per mezzo della Chiesa della Nuova Alleanza, che parla tutte le lingue e tutte le lingue intende e comprende, superando così la dispersione di Babele» (Ad Gentes, 4).
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