| Settimana biblica 2009 «Il godimento di Dio» Il consueto appuntamento estivo della Settimana biblica è stato animato quest'anno con la competenza ed efficacia delle meditazioni di Don Giorgio Sgubbi, sacerdote della diocesi di Imola e docente di teologia dogmatica. Da subito Don Giorgio si è premurato di mettere a proprio agio i partecipanti, precisando che i dogmi, spesso intesi come qualcosa di pesante o aggressivo, manifestano invece la "perenne giovinezza dell'amore", dal momento che il loro studio porta a contemplare Dio che è Amore. Cerchiamo in queste poche righe di fare una estrema sintesi delle meditazioni tralasciando completamente le omelie molto dense di insegnamenti. Per coloro che hanno il desiderio di ascoltarle integralmente, ricordiamo che possono essere scaricate dal nostro sito o richieste su MiniCD. Il tema di quest'anno è stato "Il godimento di Dio", meta e premio di coloro che lo amano. La stessa Sacra Scrittura, sia Antico che Nuovo Testamento, presenta frequenti rimandi a questa realtà; Dio è infinito e non può godere di alcuna realtà più grande di sé, perciò gode di se stesso ed effonde il suo amore nella creazione per rendere partecipi altri esseri della sua gioia e bellezza. Le creature, d'altra parte, non possono essere pienamente felici se non nel possesso di Dio per cui sono state create: è questo il motivo per cui la creatura non deve mai accontentarsi di qualche realtà inferiore a Dio che la porterebbe ad avere sempre di meno dalla propria vita. Non si tratta di realtà astratte, ma vitali per ogni cristiano: non si può amare il prossimo e compiere la propria missione sull'esempio di Gesù, se prima non ci si sente amati. È l'esperienza dell'Apostolo Paolo, che parla della sua conversione come di una illuminazione, il momento in cui il Padre gode di rivelare a lui il suo Figlio. La pesca miracolosa (1) (Lc 5,1-11). In Luca, Gesù chiama i discepoli dopo aver già iniziato la sua opera di evangelizzazione; non li chiama per ricevere qualche cosa da loro, ma per colmarli della ricchezza del Regno come in una festa. Secondo il simbolismo di Luca, Gesù li chiama sul lago, che è il luogo della disperazione e della fede provata, sulla quale sorge glorioso a portare la pace (cfr. l'episodio della tempesta sedata). Luca inoltre ci vuole svelare, secondo il linguaggio semitico dei numeri, che la presenza di due barche è segno di una divisione che Gesù va a ricomporre: altre parabole o episodi presentano infatti questo binomio in cui c'è chi accoglie e chi rifiuta, chi crede e chi no, ecc. Gesù sale sulla barca di Pietro, ma piuttosto che accentuare l'invidia dei discepoli dell'altra barca, li porta gradualmente alla perfetta unità dei fratelli. Dio non si dà tutto a ciascuno singolarmente, in modo da accentuare l'indifferenza e l'ignoranza reciproca, ma dona tutto se stesso a tutti attraverso qualcuno. Pietro accoglie Gesù che lo prega di prenderlo nella sua barca (per arricchirlo, non per necessità) e gli chiede di compiere un gesto che va contro le regole della natura: pescare di giorno. Ma la creazione, che si ribella alla presunzione del sapere umano (la pesca infruttuosa di tutta quella notte), ecco che è pronta a riversare le sue ricchezze e la sua bellezza su coloro che obbediscono nella fede a Dio: il miracolo della pesca abbondantissima. La pesca miracolosa (2). Il miracolo più grande che avviene, però, non è la pesca di giorno, ma la guarigione dei rapporti umani: è più che probabile che tra gli equipaggi delle due barche, dello stesso mestiere, esistesse concorrenza, invidia. Il dono di Gesù, accolto con fede da Pietro, porta alla condivisione dell'abbondanza con l'altro gruppo e a ritrovarsi signori della creazione, fino ad allora ostile. Il racconto continua con un altro evento che vede Pietro protagonista proprio all'inizio della sua conversione da un intendere Dio al modo umano («allontanati da me che sono peccatore»), al comprendere che Dio è presente anche là dove c'è il peccatore (Pietro chiama Gesù "Signore", traduzione greca del nome di Dio, riconoscendo il suo coinvolgimento totale nella storia dell'uomo). A conclusione del brano di Luca c'è infine il ritorno delle barche a terra: il passaggio dalla festa dell'incontro con Dio e dell'abbondanza, alla missione sulla terra. Le nozze di Cana (1) (Gv 2,1-12). «A Cana di Galilea Gesù manifestò la sua gloria e i discepoli di lui credettero»: è questa l'essenza del racconto evangelico e anche della nostra religione; la vita del cristiano è un cammino di gloria in gloria, ma nel racconto i discepoli appaiono solo come spettatori: l'agire cristiano nasce dalla contemplazione. Il contesto è quello della nuzialità, tema che ricorre tantissime volte nell'Antico Testamento, come metafora dell'amore di Dio per il suo popolo. La Madre di Gesù si accorge che è venuto a mancare il vino, segno di festa e di gioia, agli sposi e ai convitati; non è interessata lei stessa al vino, ma nella sua sensibilità verso i suoi figli, li previene nelle loro necessità. Maria non è il rimedio alla "durezza di Dio" che non ci concede le grazie che chiediamo (lui è il primo a bussare alla nostra porta), ma la garanzia che le nostre preghiere vengano presentate a Dio: lei trasforma in preghiera le nostre necessità prima ancora che ci accorgiamo della nostra povertà e al di là di ogni nostro desiderio e di ogni nostro merito. Le nozze di Cana (2). La centralità di Maria nel brano evangelico mostra quali elementi il Signore cerca nel cuore dell'uomo al fine di elargire il suo dono di abbondanza. Maria è la donna dell'ascolto e della conversione: non certo conversione dal peccato, lei che è immacolata, ma nell'accogliere i doni di Dio, che richiedono sempre un faticoso atto di fede e di abbandono. Gesù le si rivolge chiamandola "donna". Lungi dal pensare che si tratti di un rinnegamento dei vincoli affettivi e filiali, ma proprio per l'amore che Gesù porta a sua Madre, con questo titolo la eleva a Madre di tutti i viventi: non la chiama più "mamma" come nell'intimità di Nazareth, perché vuole condividere con tutta l'umanità il dono di questa Madre. I doni, i carismi, per legge dello Spirito, devono essere condivisi per non essere causa di divisione, ma di gioia: Maria, Sposa dello Spirito Santo, è colma di carismi, li vive come servizio ecclesiale e Gesù vuole estendere a tutti gli uomini la fecondità di questi doni personali di sua Madre. Maria crede, senza sapere, che qualunque cosa Gesù farà è bene e associa i servi alla sua fede, senza bisogno di segni, mentre i discepoli arrivano alla fede solo dopo il miracolo e sono chiamati a contemplare prima ancora di essere inviati in missione. Infine il vino, oltre che segno dell'Eucaristia, è anche segno dello Spirito dato senza misura, del quale nel brano viene detto «non sapeva (il maestro di tavola) di dove venisse», frase usata da S. Giovanni anche nel colloquio con Nicodemo per designare lo Spirito Santo che «non sai di dove viene o dove va». I discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35). Il brano, in sintesi, contiene cinque azioni del Risorto nel confronto dei due discepoli sfiduciati: li rende suoi compagni di cammino; prima di spiegare la Parola, ne accende in loro il desiderio; li educa alla preghiera; li rende partecipi della mensa Eucaristica e li riconduce alla Chiesa per mandarli in missione. Il racconto di Cleopa ha lo stesso contenuto del discorso di Pietro a Pentecoste, ma è un discorso sconsolato a differenza dell'altro, perché manca il dono dello Spirito Santo: senza di esso anche la Scrittura è lettera morta; inoltre i discepoli vedono Gesù solo quando, avendo smesso di discutere, cominciano ad essere "comunità" sotto lo stesso tetto. Gesù scompare dalla loro vista: non è crudeltà, ma rinvio all'abbondanza della sua manifestazione insieme ai discepoli di Gerusalemme (la Chiesa) e alla festa senza fine della vita eterna. La settimana è trascorsa in un clima molto sereno, con la partecipazione attenta e gioiosa delle persone convenute; nel salutarvi, vogliamo estendere a tutti l'invito «venite e vedete» per i prossimi appuntamenti. |