L’umiltà: humus dei carismi
di Padre Ubaldo Terrinoni, biblista
I carismi: doni dello Spirito
I carismi sono doni che lo Spirito distribuisce con piena liberalità, affinché il cristiano possa compiere con efficacia e frutti spirituali un particolare incarico o missione nei confronti della Chiesa. Nessuno pertanto può reclamare per sé qualche particolare “dono”, perché è unicamente il Signore che designa i destinatari. Infatti l’apostolo Paolo, nella Prima lettera ai Corinzi, in merito ai carismi dichiara che «è l’unico e medesimo Spirito che li distribuisce come vuole» (1 Cor 12,11).
Già in precedenza, con la felice immagine del vento, Gesù aveva fatto riferimento all’evento dello Spirito: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3,8). Per le antiche culture il vento veniva ritenuto come una realtà misteriosa: non si sapeva da dove veniva e per dove era diretto. Credevano che vi fossero dei rifugi in cui riparava per un certo tempo e da lì poi ripartiva per andare a rifugiarsi in altri. Comunque, l’immagine plastica del vento simboleggia tutta la realtà e l’azione misteriosa e imprevedibile dello Spirito.
Nell’epistola agli Efesini, l’Apostolo ribadisce ancora che il modo di agire del Signore è insindacabile, in quanto è lui che distribuisce i doni destinati a potenziare la comunione nella comunità: «È lui che ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo» (Ef 4,11-12).
I carismi che sono qui descritti, sono finalizzati al servizio della parola (apostoli, profeti, evangelisti), dell’insegnamento (dottori) e del governo della comunità (pastori). Ovviamente la distribuzione di questi doni non si richiama ad un’organizzazione sociale, bensì ad una impostazione spirituale di una comunità cristiana. Ciò vuol dire che non si tratta di ruoli di dominio, bensì di servizio esercitato nella piena dipendenza di colui che sta all’origine di questi stessi doni. Quindi, i carismi non sono uno strumento di potere, bensì di servizio, esercitato con modestia ed umiltà.
Ad ognuno di noi la responsabilità di esprimere la propria incondizionata disponibilità all’azione misteriosa dello Spirito e alla sua insindacabile scelta dei destinatari. Un saggio e concreto impegno, da parte nostra, potrebbe consistere nel fare il vuoto “dentro”, nel proprio cuore, per accogliere un eventuale dono. E il vuoto si produce attraverso un paziente e lungo esercizio personale della virtù dell’umiltà. E Gesù risulta per tutti il modello insuperabile di questa preziosa virtù così come lo propone Paolo nell’epistola ai Filippesi. Infatti, egli precisa: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2,5). Il motivo dell’umiltà non è un principio teologico, bensì una persona, la Persona del Cristo!
Gesù: modello di umiltà
L’Apostolo, in questa epistola (Fil 2,5-8), propone la discesa vertiginosa del Cristo: da Dio a schiavo; passa dalla condizione di Dio a quella di schiavo. E lo precisa: «spogliò se stesso» (il testo originale greco ha: ekènosen); il verbo greco (kenòo) esprime lo svuotamento totale, lo spogliamento assoluto che Cristo ha fatto di tutte le sue prerogative o privilegi, senza però privarsi della natura divina. Quanto è diversa questa esperienza da quella di Adamo! Questo, per la superbia, voleva essere rivale di Dio e pretese di impadronirsi dei poteri che non gli appartenevano. Cristo invece, per umiltà, si è privato dei privilegi che gli sono propri, per risultare in tutto come uno di noi.
«... assumendo la condizione di servo» (in greco: doùlou morphè labòn). Qui Paolo presenta il mistero dell’Incarnazione in tutta la sua... crudezza e profondità: Dio si è fatto schiavo. Il termine greco doùlos indicava lo schiavo nel senso letterale del termine, cioè colui al quale venivano rilasciati i lavori più faticosi, più rischiosi e più umilianti; per lui non vi era il riconoscimento del diritto ad un minimo di autonomia; non possedeva nulla e non poteva vantare diritti nemmeno sulla sua persona, perché egli apparteneva ad un altro, al suo padrone, che lo aveva acquistato al mercato. Ebbene Gesù si è fatto schiavo così!... Venendo tra noi, non ha riservato per sé una vita facile, agiata, ma ha voluto mettersi in tutto alla pari con gli ultimi nella scala sociale.
«... Umiliò se stesso» (in greco: etapèinosen eautòn). Il verbo tapeinòo, nella cultura greca assumeva una connotazione negativa, col senso di “scadere nella meschinità, nella piccineria, nella bassezza...”. Nella cultura biblica, invece, acquista una valenza positiva ed esprime la totale e gioiosa sottomissione a Dio, al quale si intende appoggiare tutta la propria vita. Inoltre, nei confronti degli uomini, sceglie di servire e non di dominare, di chinarsi e non di elevarsi; è un permanente atteggiamento di modestia, di semplicità, di umiltà: è uno stile di vita.
«Facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce». Gesù si è slanciato per ricercare e compiere la volontà del Padre; ha cercato di coglierne l’intimo contenuto e anche le più piccole sfumature. Per cui, l’accettazione della morte sta a confermare la sua totale sottomissione al Padre: egli è stato obbediente dalla nascita alla morte, fino al punto di offrire generosamente la sua vita.
Gesù profondamente umile!... Ci insegna che l’umiltà è un abbassarsi solo per amore, senza alcun interesse personale, senza alcun tornaconto o calcolo egoistico e senza aspettarsi nella in cambio. Ecco, questo è il fecondo humus spirituale di disponibilità all’azione dello Spirito Santo!
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