In cammino verso la casa del Padre
di Padre Giuseppe Piva, Discepolo e Apostolo dello Spirito Santo
Dicembre 1998

 Con l’anno 1999 la Chiesa entra nella fase terminale del periodo di preparazione al Grande Giubileo del 2000 che la vede impegnata particolarmente nella riflessione e nella preghiera rivolta a Dio Padre.
 Anche noi percorreremo, per quanto ci sarà possibile, questa strada: riscoprire il volto del Padre, quel volto che risplende nel Signore Gesù Cristo il quale continua a ripetere a tutti: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9b).
 Come ci ricorda il Santo Padre Giovanni Paolo II nella Tertio Millennio Adveniente (dal n. 49 al 54), tutta la vita del cristiano è un pellegrinaggio verso la casa del Padre e in questo pellegrinaggio siamo chiamati a riscoprire o a scoprire l’amore immenso che il Padre Celeste nutre per ogni umana creatura e soprattutto (oh! Cosa così difficile da comprendere per noi poveri uomini) per il “figlio perduto”, cioè per coloro che in vario modo, sono lontani dal conoscere e dall’esperimentare l’amore di Dio (cfr. la parabola del Padre misericordioso Lc 15,11-32).
 La scoperta o la riscoperta dell’amore che il Padre ci ha donato nel Figlio suo per la potenza dello Spirito Santo, deve spingerci in un cammino di sempre più generosa conversione la quale si esplica in due dimensioni: una che possiamo chiamare negativa, intendendo con ciò un processo di progressiva liberazione dal male, dal peccato, da tutto ciò che ostacola l’azione dello Spirito in noi e attorno a noi; l’altra dimensione la possiamo chiamare positiva e implica delle scelte specifiche di bene, di edificazione personale e comunitaria nel rispetto dei veri “valori etici contenuti nella legge naturale”, meglio esplicitati nel Vangelo e affidati al deposito vivo della Chiesa.
Il sacramento della Riconciliazione o della Penitenza, trova, in questo contesto, la sua giusta collocazione poiché la celebrazione di esso proclama l’amore del Padre per ogni uomo peccatore, sollecitandolo, se pur nella libertà, a corrispondere al perdono ricevuto con una vita degna di figli di Dio, ossia di uomini che cercano di vivere “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5). Per cui tutto ciò che è virtù, vero, onorabile, puro, amabile (cfr. Fil 4,8) tutto questo deve essere parte di quel pane quotidiano che deve alimentare la giornata dell’autentico cristiano. Le virtù poi, i valori morali, non sono fine a se stessi, ma trovano la loro scaturigine e il loro approdo nella carità; quella carità effusa nei nostri cuori dallo Spirito e che deve essere vissuta “nel suo duplice volto di amore” verso Dio e verso il prossimo sia nelle grandi occasioni e sia, soprattutto, nelle umili e quotidiane circostanze della giornata.
L’amore della Chiesa verso il prossimo deve avere per i poveri, gli ultimi, un posto di primo piano, sia per quelli che sono tali per miserie materiali, corporali, sia per quelli che sono tali per miserie morali, spirituali, privi cioè della luce e dell’amore di Dio. Del resto Gesù lo ha insegnato chiaramente: Egli è venuto nel mondo per salvare chi era perduto (cfr. Lc 19,10), e a manifestare l’amore del Padre per i piccoli e i poveri, per gli ammalati e gli esclusi, senza mai chiudersi alle necessità e alle sofferenze dei fratelli (cfr. Preg. Eucar. Vc, Gesù modello di amore). Le varie forme di povertà, materiale e spirituale, devono costituire una provocazione, un impegno per la giustizia e la pace, cominciando da chi ci sta attorno, nell’ambiente in cui normalmente ci muoviamo, nella nostra parrocchia... per accendere così una piccola luce in un mondo come il nostro così ricco di risorse ma anche così spesso segnato da tristi conflitti, evidenti o nascosti, di vasta o di minore portata. Il Creatore e Padre di tutti gli uomini, infatti, ha creato il mondo e tutte le cose ivi contenute affinché ogni uomo ne usufruisse e potesse così raggiungere il fine ultimo della sua vita, la realizzazione della sua persona, assieme a quella dei suoi fratelli, nella comunione di vita con Dio, fine ultimo e compimento di ogni umana attesa (cfr. pref. SS.Eucarestia III). Se questo non si verifica appieno è perché il cuore dell’uomo, ferito dal peccato, si chiude all’altro, ai suoi fondamentali diritti alla vita; ma la vittoria di Cristo sul male e sulla morte rende possibile, a chi crede in Lui, di proclamare con la parola e con le opere la misericordia, la gratuità, la concordia, il dialogo, nei modi, nei tempi e nelle forme possibili a ciascuno e alle varie comunità.
 Altri impegni che il Santo Padre ricorda essere importanti per l’anno 1999, sono quelli “del confronto con il secolarismo e quello del dialogo con le grandi religioni”. Il confronto con il secolarismo, cioè con quell’ideologia che fondamentalmente tende a spiegare tutto, il creato ecc. facendo a meno del Creatore, risulta essere una delle sfide attuali in quanto, la crisi della civiltà , soprattutto nei Paesi occidentali tecnologicamente più sviluppati, è dovuta proprio all’emarginazione di Dio dalla loro vita, dimenticando così una verità essenziale, ossia che la creatura senza il Creatore svanisce (cfr. G et S, 36). Alla civiltà del potere, del consumismo, del denaro, occorre rispondere con la civiltà dell’amore fondata su autentici valori degni dell’uomo - poiché l’uomo vale più per quello che è che per quello che ha o che fa (cfr. G et S, 35) - tra i quali la pace, la solidarietà, la giustizia, la libertà, ecc. che solo in Cristo assumono la loro pienezza.
 Per quanto riguarda il dialogo con le religioni non cristiane, il Concilio Vaticano II ricorda che “Iddio, che ha cura paterna di tutti, ha voluto che tutti gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero fra loro come fratelli. Tutti, infatti, creati ad immagine di Dio, ‘che da un solo uomo ha prodotto l’intero genere umano affinché popolasse tutta la terra’ (At 17,26), sono chiamati al medesimo fine, che è Dio stesso” (G et S, 24). Si dovrà vigilare, tuttavia, che questo dialogo non scada in pericolosi malintesi di facile irenismo e sincretismo.
 Non può mancare, inoltre, il riferimento alla presenza di Maria Santissima, figlia prescelta dal Padre, contemplata e imitata in particolare quale modello di perfetto amore verso Dio e verso il prossimo. Colei che dal momento della visita alla cugina Elisabetta non ha cessato di cantare con la propria vita, sia nella gioia e sia nel dolore, la misericordia del Padre verso gli uomini, “di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono” (Lc 1,50).
 Queste considerazioni, fatte alla luce delle indicazioni che il Santo Padre ha formulato per l’anno 1999, vogliono spingerci ad approfondire, in comunione con tutta la Chiesa Cattolica, il mistero dell’amore del Padre rivelato in Cristo una volta per sempre nella pienezza dei tempi, e che perdura nell’oggi dell’uomo nella sua realtà salvifica.
 Possa il nostro cuore aprirsi sempre più alla Rivelazione che il Figlio, in ogni tempo, continua a fare del Padre poiché, come Lui stesso ci ha detto, “Chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato” (Mt 10,40b); e così, illuminati e potentemente rafforzati nell’uomo interiore dallo Spirito Santo (cfr. Ef 3,16), possiamo veramente adorare con santo timore e fiducia filiale Dio, chiamandolo col dolce nome di “Abbà, Padre” (Gal 4,6 ).