Dio nel suo Amore di Padre
di Don Renzo Lavatori
Marzo 1999

L'amore di Dio Padre è la cosa più bella, la più grande, la più profonda che ci sia; ma anche la realtà più misteriosa, di cui è difficile trattare. E tanto grande che va al di là della nostra logica, dei nostri pensieri usuali. Dio stesso ce ne ha parlato con le sue parole, i suoi gesti, i suoi interventi. Per conoscere dunque il suo amore di Padre dobbiamo vedere ciò che egli ha fatto per noi, dall'inizio della creazione dell'uomo fino all'incarnazione di suo Figlio.

L’amore di Dio nella creazione dell’uomo e nella storia di Israele.
 Già dalle primissime pagine della Sacra Scrittura, in cui si racconta la creazione dell’universo e in mezzo ad esso la creazione dell’uomo, si percepisce e si assapora tutta la profondità dell’amore di Dio per la sua creatura più bella che è l’uomo. Dopo aver creato il cielo e la terra e tutte le cose esistenti, Dio “con le sue mani” ha preso della polvere e ha plasmato il corpo umano, come fa uno scultore, mettendo nella sua opera tutta la sua intelligenza e il suo amore. Dopo averla plasmata ha soffiato su di essa l’alito della vita e l’ha resa una creatura diversa da tutte le altre, perché imprimendo in lei il soffio divino, l’ha fatta risplendere della sua immagine (Gn 1,26). Come un artista contempla gioioso l’opera che ha portato a termine, così Dio, quando ha contemplato la sua creatura che egli stesso aveva fatto con le sue mani, ha visto qualcosa di sé in essa, l’impronta viva del suo Spirito. E, guardandola, l’ha amata.
 L’uomo dovrebbe riscoprire il senso di questo suo essere plasmato da Dio per amarsi come Dio lo ama, per riconoscere la propria dignità, pur nella povertà del suo essere polvere; per accogliere il dono che Dio gli ha fatto, senza mai dimenticare la sua dipendenza da Lui.
 Invece la creatura umana, fatta dalle mani di Dio e dal suo amore, ha detto di no al suo Creatore e Padre, si è ribellata alla sua volontà, ha voluto fare per conto proprio e non ha più riconosciuto la sua creaturalità (Gn 3,5). Ma Dio, anziché disprezzare o distruggere la sua creatura, ha usato misericordia verso di lei, mostrando ancora una volta il suo grande amore. Quando, passeggiando nel giardino dell’Eden alla brezza del giorno (Gn 3,8) in segno di familiarità, si accorge che l’uomo è nascosto ed è fuggito, lo cerca con ansia e lo chiama: “Dove sei?” (Gn 3,9). Dio già sapeva che l’uomo e la donna avevano disobbedito al suo comando, ma va loro incontro ugualmente e tratta con essi come qualcuno che ancora li ama, li apprezza, li vuole vicini, dispiaciuto solo della loro fuga e della loro paura. Anche in questo momento non si smentisce l’amore divino.
 Adamo esce dal suo nascondiglio, ove si era rifugiato dopo il peccato. Egli è andato lontano da Dio, si è posto fuori del suo rapporto, si è vergognato e ha avuto timore di lui, che pur lo aveva plasmato e reso suo simile. Questa è la realtà del peccato con le sue amare conseguenze. L’uomo, rifiutando l’obbedienza a Dio e la sua amicizia, si ritrova solo, sbandato e disorientato, profondamente angosciato, perché senza la comunione con Dio viene privato dell’amore, del senso di se stesso e della vita, simile a un randagio e a un povero orfano (Gn 3,10).
 Eppure il Signore, pur riconoscendo il grande male che ha fatto la sua creatura, non l’ha abbandonata a se stessa, ma, dopo averla giustamente rimproverata come un padre rimprovera il proprio figlio per la mancanza che ha commesso, promette una salvezza (Gn 3,15): il serpente, che ha insidiato il cuore dell’uomo, verrà schiacciato. Il dramma che ha colpito l’umanità sembra riflettersi in qualche modo nel cuore di Dio, il quale, quasi costretto dal senso della sua verità a dover cacciare Adamo dal paradiso terrestre, lo fa con il cuore affranto. Il suo amore infatti è più grande del peccato; per questo esso vince sul peccato e annuncia subito un evento futuro di redenzione.
 In quel momento di oscurità e di morte una luce già appare, una speranza si riaccende; l’uomo, anche se ormai deve portare con sé il peso del peccato, ritrova un senso alla propria vita, una fiducia nell’amore. Dio è stato così buono da non lasciarlo morire nella sua disgrazia, ma lo ha seguito e richiamato alla comunione con Sé.
Più tardi Dio chiama Abramo (Gn 12) e lo conduce fuori della sua terra perché vuole attuare con lui un’alleanza, promettendogli che sarebbe diventato padre di una moltitudine immensa di gente (Gn 12,2-3). Inizia così un cammino nuovo per l’umanità, che lentamente risale la china e viene portata sempre più vicina a Dio. Dio, a sua volta, si fa sempre più prossimo all’umanità fino a condividere la sua storia, la sua condizione umana.
 Dopo Abramo Dio ha stabilito l’alleanza con Mosè, nel mo-mento in cui nasceva il popolo di Israele, dopo la liberazione dalla schiavitù egiziana, durante il cammino attraverso il deserto. Dio è tornato ad incontrare l’uomo per richiamarlo a sé, per ristabilire un rapporto profondo e sincero di reciproco amore e di reciproca appartenenza (Es 19,4-6). L’amore di Dio raggiunge il gesto estremo di legarsi per sempre al suo popolo, di compromettersi con esso e di restarvi fedele, nonostante i peccati e la durezza di Israele. Infatti il popolo si è dimostrato ingrato, perché si è ribellato molte volte contro di Dio, non ha osservato i suoi comandamenti e ha mormorato contro di lui (Es 16,2-3). Eppure Dio è tornato a perdonarlo sempre, a invitarlo e a rinnovare con esso l’alleanza, senza stancarsi mai, come un padre perdona e riabbraccia suo figlio (Dt 14,1). Di nuovo fa riflettere questo amore instancabilmente fedele e generoso.
 Anzi Dio ha voluto instaurare con il suo popolo, duro di cervice e chiuso nel proprio cuore, un rapporto sempre più profondo ed intimo, mostrando un affetto simile al trasporto che uno sposo ha verso la sua sposa, allo stesso amore ardente che un giovane prova per la sua ragazza (Os 2,16-22). Dio ama con questa forza e con tale realismo; Egli è innamorato della sua creatura, fino a donare se stesso. Un amore così grande che non ha guardato i limiti, i difetti, le imperfezioni del popolo, ma ha sovrabbondato e superato ogni aspettativa umana (Ez 16,60).
 La storia di Israele può essere equiparata alla storia di ciascuno di noi; lo stesso amore, la stessa unione il Signore vuole stabilire con noi, per formare con noi un’unica realtà di vita, di pensiero, di affetto. Occorre accogliere questa verità e meditarla nel profondo del cuore perché non si tratta di una fantasia astratta o romantica, ma costituisce il fondamento dell’essere cristiani, il senso più vero e reale della nostra fede, dell’autentico rapporto con Dio nostro Padre. Allora la vita acquisterà un sapore e una forma nuova; sentiremo veramente la gioia di credere, perché abbiamo scoperto che Dio è Amore e questo Amore vive dentro di noi.