Il coraggio della conversione
di Mons. Vito Cinti, Vicario Generale della Diocesi di Palestrina
Marzo 2000

 “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15). Sono le prime parole che Gesù, secondo Marco, pronunciò all’inizio della sua missione, quando si presentò in Galilea a predicare il Vangelo di Dio.
La conversione ritorna spesso, come un ritornello, nella predicazione di Gesù, tanto che viene considerata condizione essenziale per non perire. “In verità vi dico, se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei cieli” (Mt 18,3). “Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13,3). Gesù arriverà a dire di esser venuto sulla terra non per chiamare i giusti ma i peccatori a conversione.
 Il primo discorso di S.Pietro, il giorno di Pentecoste, è un invito a pentirsi, a cambiare vita, a convertirsi per la remissione dei peccati (At 2,37-38). Del resto l’insegnamento di Gesù si richiama e si riallaccia al messaggio dei Profeti Gioele, Ezechiele, Giona, Geremia, inviati da Dio a predicare la conversione.
Conversione: traduzione del-la parola greca ‘metanoia’ che meglio tradotta significa inversione, capovolgimento di mente o più precisamente rivoluzione mentale. Il primo invito di Gesù è quindi un invito alla rivoluzione.
 Questa parola oggi è di moda; si sente parlare spesso di rivoluzione sociale, proletaria, culturale e perfino sessuale. Ma queste rivoluzioni suppongono sempre un nemico da combattere, un nemico esterno all’uomo o supposto tale. La rivoluzione evangelica, la conversione è diversa: è rivoluzione interiore, della mente, ed è contro se stessi; è un mettere la scure alla radice del proprio albero, non di quello accanto.
 Ogni rivoluzione, conversione che non segue questo itinerario è una pseudo-rivoluzione che non cambia nulla.
 Un’inversione di marcia parte dalla convinzione di aver sbagliato strada e richiede quindi un atto di coraggio.
 I Profeti e Gesù, chiamando il popolo alla conversione, parlano di sacrifici, digiuno, pianto e lamenti.
 Fare un discorso in questi termini richiede coraggio sia da parte di chi parla di conversione, sia da parte di chi accetta la Parola.
 Fortunatamente Gesù non ci dice solo cosa dobbiamo abbattere e quali mezzi usare per riuscire nell’impresa, ma ci dice anche cosa dobbiamo costruire: “Credete al Vangelo; accogliete il Regno come un bambino con entusiasmo e gioia”. Convertirsi significa dunque farsi piccoli e semplici, smettere di sentirsi al centro dell’universo, decentrarsi da se stessi per ricentrarsi su Dio, mettere cioè Dio e il suo Regno al centro dei nostri pensieri e delle nostre intenzioni.
 In questo Anno Santo, anno di grazia, la Chiesa ripete a tutti l’invito di San Paolo: “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (2Cor 5,20), permettete cioè a Dio di compiere la vostra conversione. Con l’indulgenza giubilare possiamo veramente ripartire daccapo. In questo sforzo non siamo soli: Cristo è con noi per lottare contro il male che è dentro di noi. Egli è morto per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurci a Dio (cfr. 1Pt 3,18).
 Gesù con la sua morte e risurrezione rende possibile la nostra conversione e ci dà la gioia di un’alba nuova di vita.
 Il peccato spegne la luce, soffoca la Parola. Fin dall’origine del mondo, per il peccato, il cosmo era rimasto senz’anima ed il creato era divenuto come una casa diroccata. L’alba nuova del mondo spuntò quando l’uomo che camminava nelle tenebre vide una grande luce e la Parola risuonò sulle rive del Giordano: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo”. La conversione scava nell’anima e la rende capace di ricevere la grazia del perdono e dona la forza per camminare sulla strada nuova.
 La Chiesa, inviata da Cristo si fa sostegno all’incertezza dei nostri passi, all’indecisione dei nostri propositi, alla stanchezza della nostra fragilità e ci aiuta così a camminare sulla strada della conversione evangelica.