La Croce del Signore: albero di vita eterna
di Padre Giuseppe Piva, Discepolo e Apostolo dello Spirito Santo
Aprile 2000

 La parola chiave del giubileo che stiamo celebrando e che troviamo scritta nel logo-simbolo, “Christus Heri Hodie Semper”, è tratta dalla Lettera agli Ebrei al cap. 13,8 che, per esteso e più precisamente, proclama: “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre”. Colui che duemila anni fa si incarnò, patì, morì e risorse vincendo il demonio, il peccato e la morte non cambia, è sempre lo stesso, è cioè l’unico Salvatore del mondo che per volontà del Padre suo, nel corso dei secoli, continua la sua opera di salvezza a beneficio di ogni creatura, per la potenza dello Spirito Santo.
 Il segno inconfondibile, solenne e allo stesso tempo semplice del Salvatore è, come i Santi Padri hanno ravvisato nelle Scritture, “il segno del Figlio dell’uomo” (Mt 24,30) cioè la sua Santa Croce, vero trofeo di salvezza per ogni uomo che guarda ad essa con fede umile e sincera; Croce che è potenza e sapienza di Dio per chiunque ad essa si affida, scandalo invece per coloro che non accettano e riconoscono in essa la rivelazione suprema della verità e dell’amore di Dio per l’umanità.
 È piaciuto infatti a Dio salvare il mondo con la stoltezza, l’ignominia della croce confondendo così la sapienza del mondo il quale, chiuso nella sua presunta autosufficienza, non ha saputo riconoscere il suo Creatore e Signore venuto nella mitezza e nell’umiltà, crocifiggendolo al patibolo più infame del tempo (cfr. 1Cor 1,18 - 2,10). In verità ciascuno di noi ha contribuito in modo certamente misterioso ma reale, alla crocifissione di Gesù con i propri peccati personali, oltre che con quello che comunemente la tradizione della Chiesa individua e chiama colpa o peccato originale che è “proprio di ciascuno” e che viene trasmesso con la natura umana “per propagazione”.
 Proprio per questo Iddio misericordioso, nel suo amore di Padre, ha dato “il suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Dio non ha risparmiato così il suo unico Figlio ma lo ha dato per tutti noi (cfr. Rm 8,32), cioè per ciascun uomo - dato che tutti hanno peccato -, perché riottenessimo l’accesso alla piena comunione con Lui nostro Creatore e Benefattore munifico, e potessimo così camminare in novità di vita, rigenerati, trasformati e illuminati dallo splendore della sua luce radiosa. Questa Opera della nostra redenzione Gesù l’ha realizzata quando è stato elevato da terra come Lui stesso afferma: “Quando sarò elevato da terra attirerò tutto a me” (cfr. Gv 12,32), per cui il tempo, la storia, il mondo e i suoi abitanti da quel momento convergono, nonostante tutte le apparenze contrarie, verso la sua Croce, con la quale Egli si è vertiginosamente abbassato e annientato davanti al Padre e agli uomini da diventare Vittima, Sacerdote e Altare, propiziatorio di salvezza per tutti, soprattutto per gli umili, i miseri e i peccatori. L’Apostolo San Paolo, intimamente avvinto da questo mistero ineffabile della condiscendenza divina, se ne esce con questa commovente espressione: “Questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Fil 2,21); poiché volontariamente e liberamente per mio amore, Egli si è consegnato nelle mani dei peccatori affinché potessimo vivere solo per Lui, nella libertà della fede e della carità.

L’insigne grazia del mistero pasquale di Cristo crocifisso e risorto getta una luce nuova sul dolore, sulla sofferenza umana qualunque essa sia: è la luce della speranza e della salvezza che, alimentata dal fuoco dell’amore divino, sgorga dal Cuore Sacratissimo di Cristo per sanare le innumerevoli piaghe e ferite dell’uomo, siano esse del corpo o dello spirito. Chi dunque segue il Cristo che è la Via, la Porta di accesso alla vita vera, deve essere profondamente consapevole e fiducioso di questa consolante realtà, cercando di collaborare con zelo all’Opera della salvezza, offrendo con fede e paziente amore le proprie sofferenze a Gesù, che porta la sofferenza e il peccato del mondo, affinché unite al suo mistero pasquale, possano diventare vie di redenzione, di vita, di salvezza oltre che per se stessi, per tutta l’umanità, soprattutto quell’umanità che non conosce il Vangelo di Dio, quell’umanità che offende il suo Amore e la sua Santità.
Possiamo allora dire che ricuperare lo spessore, il senso autentico della croce di Cristo significa ricuperare, riscoprire il vero e autentico senso di Dio e della sua misericordiosa e santificante signoria nella nostra vita.
 Allo stesso tempo siamo chiamati ad essere e a divenire “buoni samaritani” a somiglianza di Cristo, con la nostra fattiva solidarietà verso le molteplici situazioni di sofferenza e di ingiustizia di tanti nostri fratelli e sorelle a cominciare da chi ci sta attorno; esse, infatti, sono un grido che trova una eco profonda nel Cuore di Cristo crocifisso. Dall’alto della croce Egli continua a gridare: “Ho sete” (Gv 19,28), sete del tuo amore, della tua fede: ho sete di anime!

“AVE, O CROCE, UNICA SPERANZA!”
 Così canta un inno della liturgia; non facciamo che la croce diventi o sia diventata solo un vago simbolo, una parola vuota, un “soprammobile”, ma diamole tutto quello spessore di significato e di contenuto che essa realmente porta in sé. Essa ci richiama aspetti molteplici e fondamentali della fede e del vivere genuinamente evangelico, dei quali ne ricordiamo alcuni:
– la gravità dell’offesa che il peccato arreca alla santità di Dio e alla dignità dell’uomo, creato a Sua immagine e somiglianza;
– la radicalità, la risolutezza e la fedeltà perseverante richiesta dalla sequela del Signore;
– la precarietà e la brevità di questa nostra vita terrena, in quanto la croce si presenta come “porta di passaggio” necessaria alla vita immortale;
– la croce insegna a mortificare le cattive inclinazioni e a vivere le più nobili virtù cristiane in quanto scuola e palestra di esse. A questo proposito basti leggere e meditare attentamente i brani che si riferiscono alla passione e morte del Signore e, in particolare, le parole da Lui pronunciate sulla croce per ricavarne copiosi frutti spirituali di conversione e di rinnovamento della vita;
– Soprattutto - come dicevamo sopra - la croce è indelebile testimonianza dello sconfinato amore misericordioso di Dio per ogni uomo che deve essere la vera luce e la consolante certezza, guida sicura nel nostro pellegrinaggio terreno verso la casa del Padre.

 A conclusione della sua Lettera ai Galati, con toni chiari e fermi, l’Apostolo delle Genti così scrive: “Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6,14).
 Possano queste ispirate parole diventare esperienza vissuta di grazia per ciascuno di noi, accogliendo e testimoniando così con generosa docilità, l’Amore della Verità e la Verità dell’Amore che Dio ha rivelato nel suo Figlio Unigenito, Gesù di Nazareth, e che lo Spirito Santo continuamente attualizza e perfeziona nella Chiesa, nelle anime e nel mondo intero.