I martiri cristiani, testimoni dello Spirito
di Padre Tomás Spidlík
Maggio 2000

«I cieli narrano la gloria di Dio, e il firmamento annunzia l’opera delle sue mani» (Sal 18,1). Sono le parole ispirate dalla Sacra Scrittura. Ma alcuni hanno notato che gli Ebrei scoprirono il Signore più negli avvenimenti della loro storia che nel mondo creato. Erano piuttosto gli antichi Greci che contemplavano Dio nell’universo creato. E i cristiani? Essi si ponevano dall’inizio la seguente domanda: se Dio si rivela nella natura e nella storia devono essere anche segni della sua presenza nell’anima, dato che abbiamo ricevuto lo Spirito Santo come dono nei nostri cuori. Questi segni dello Spirito sono vari e si chiamano semplicemente «carismi». San Paolo li enumera spesso e nel famoso «cantico della carità» nella prima lettera ai Corinzi (13,1ss) ricorda quelli che colpiscono per il loro carattere straordinario: la glossolalia, ossia il dono di parlare le lingue, la profezia, il guarire i malati ecc. Ma la conclusione è nota: «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna...» (v. 1). I doni straordinari non possono averli tutti, ma ogni cristiano è chiamato a realizzare la perfezione della carità. Essa è, quindi, il segno più certo della presenza dello Spirito Santo nel cuore.
 L’insegnamento su questo punto è chiaro in tutta la tradizione cristiana. Eppure rimane qualche dubbio. La questione sembra essere rinviata: lo Spirito si manifesta nella carità, ma quali sono i segni dai quali riconosciamo che qualcuno è dotato di vera carità? «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Basandosi su queste parole, il martirio per Cristo fu considerato dall’inizio come segno infallibile della santità. La sequela dei santi venerati nella Chiesa comincia quindi con i martiri. Il fatto che essi abbiano sopportato i tormenti nella «debolezza della carne» e offerto la loro vita, è un argomento convincente sulla presenza dello Spirito Santo che dona loro la forza. Fra di loro ci furono anche dei giovanissimi, le ragazze come Sant’Agnese, Santa Cecilia. È una cosa ammirevolequando un soldato muore per un ideale nobile. Ma in tal caso stimiamo piuttosto la sua forza propria, il suo carattere, sembra essere eroe a pari degli eroi pagani. Ma se una morte crudele fu accettata liberamente da una che sembrava bambina timida, tutti si stupivano vedendo la forza dello Spirito di Dio.
 Ma vi è ancora altra differenza fra il culto degli eroi non cristiani e i martiri. I cristiani sono consapevoli che muoiono non per un «ideale» astratto, ma per Cristo, persona viva e amica. È commovente leggere Sant’Ignazio di Antiochia, quando afferma che solo il martirio può trasformarlo in vero discepolo del Divino Maestro. Portato dai soldati dall’Oriente per essere gettato alle belve nel circo della capitale, egli scrive ai cristiani di Roma a non intercedere in suo favore, a non chiedere la grazia, perché desidera la vita eterna con il Salvatore. Con ciò dimostrò ai pagani che l’insegnamento cristiano è una fede viva, una convinzione ferma che ciò che insegna Cristo è realtà invincibile.
 Per questo motivo nel calendario della Chiesa sono indicati con il titolo «martire» quelli che morirono non per qualsiasi altro motivo, ma proprio per la fede. Secondo le magistrali istruzioni di Benedetto XIV Sulla beatificazione dei servi di Dio e sulla canonizzazione dei beati si deve esaminare attentamente l’intenzione del persecutore se veramente voleva uccidere il cristiano per la sua fede e se il cristiano accetta liberamente la morte per lo stesso motivo. Tuttavia il Papa aggiunge una nota seguente «o per una virtù che ha rapporto con Dio».
 Come si vede si lascia aperta la possibilità ad un’interpretazione più ampia del martirio. Il Papa stesso riferisce un esempio curioso, quello della beata Camilla Gentili, uccisa nel 1468 dal marito violento perché aveva parlato con sua madre. Benedetto XIV dichiara non essere personalmente contrario a che la beata sia venerata come martire. Il comandamento di Dio impone infatti di amare i genitori. La beata, incurante delle minacce del marito in ossequio a questo comandamento divino ha patito così una morte ingiusta per motivo della fede. In quel senso non esitiamo chiamare santa Maria Goretti martire per la castità e quanti martiri conosciamo oggi che nei regimi totalitari sono morti per la giustizia e nelle missioni per la carità. Di tutti essi siamo sicuri che la loro morte produce effetti santificanti essendo un’imitazione della passione di Gesù.
 La questione però più delicata è costituita dall’altra condizione indicata nell’istruzione del Papa: la morte deve essere liberamente accettata con la piena coscienza del motivo. Lo si può applicare anche ai bambini? Anch’essi vengono talvolta uccisi dai violenti persecutori della fede cristiana. Dall’antico tempo la Chiesa venera i santi Innocenti di Betlemme. Fra i santi d’Ucraina sono due fratelli Boris e Gleb. Il secondo fu un piccolo ragazzo. La sua morte è dipinta con crudo realismo. Il bambino supplica il suo assassino di risparmiarlo: «Non uccidermi, fratello mio diletto, non uccidermi, abbi pietà della mia giovane età, mio signore!» Questo pianto di bimbo che si lamenta «d’essere sgozzato senza alcuna ragione» ha commosso la pietà popolare, la quale, anche in seguito, non ha esitato a venerare come santi i bambini innocenti, vittime di morte violenta.
 Si può giustificare questa venerazione? Un pensiero ci aiuta a farlo. Secondo l’antica tradizione la morte per Cristo equivale al battesimo, è il «battesimo di sangue». Il sacramento del battesimo esige la piena consapevolezza e la libera accettazione dagli adulti, ma il bagno battesimale purifica l’anima dei piccoli anche senza la loro consapevole partecipazione. Allora per essi anche la morte violenta è un «rito» che, secondo la biografia di un santo slavo, «purga le vittime da tutti i peccati e da tutte le macchie» per la forza dello Spirito che supera la debolezza della carne.
 Ciò che si dice della morte, si può estendere a tutta la sofferenza alla quale i cristiani sono e sempre saranno esposti. Essa diviene la loro forza. Scrive Dostoevskij: «essa è una buona cosa, tramite essa tutto è espiato». Nel suo noto romanzo Dottor Zivago, B.Pasternak colloca alla fine la poesia intitolata Nel giardino degli ulivi dove si legge: «L’anima è triste fino alla morte... Ma il libro della vita è giunto alla pagina più preziosa di ogni cosa sacra. Ora deve compiersi ciò che fu scritto, lascia dunque che si compia. Amen».
 Ma se la sofferenza accompagna tutta la nostra vita essa è interamente vissuta nel segno della testimonianza di fede nella morte e nella risurrezione di Cristo. Perciò già Sant’Ireneo (che morì come martire) nota che tutti i fedeli partecipano al martirio esercitando la carità e la presenza dello Spirito in modo semplice: «per mezzo della fede e di una vita immacolata» osservando i comandamenti di Dio. «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama» (Gv 14,21). L’autentica vita cristiana è quindi segno della presenza dello Spirito e spesso esige lo stesso eroismo come la morte violenta causata dai persecutori. Chi sente che l’amore divino ispira le sue azioni quotidiane può essere sicuro che lo Spirito Santo si è impadronito del suo cuore e che Dio si è unito a lui. È quindi anche lui testimone di fede. È proprio ciò che dice il termine greco «martire».