La carità trinitaria
dono, accoglienza, comunione e unità

di Don Renzo Lavatori
Giugno 2000

 Nel dono dello Spirito Santo il cristiano si apre alla comunione trinitaria, in modo che possa vivere, dentro di sé, la compresenza e la reciprocità di una Persona divina nell’altra, come se l’una si annientasse per far emergere l’altra in un unico slancio di amore. Infatti la tendenza a scomparire per amore è propria di tutta la Trinità , come risulta dal piano salvifico. Il Padre che ha la suprema iniziativa e si trova all’origine di tutta l’Opera redentrice , si nasconde dietro il Figlio in modo che sia questo ad essere la luce del mondo e la pienezza della rivelazione. Ma il Figlio, nel momento in cui si annienta con il sacrificio della croce, fa emergere l’amore sconfinato del Padre e la sua infinita sapienza, e quando si riveste dello splendore della risurrezione, si ritira per inviare lo Spirito Santo e metterlo in pieno rilievo. A sua volta l’intento essenziale dello Spirito Santo è quello di volgere gli uomini verso Cristo e portarli al Padre, affinché tutti siano riconciliati con Dio e sottomessi a lui.
Dimenticare se stessi, scomparire l’uno davanti all’altro e rivelare l’uno nell’altro, questa è la condotta d’amore delle tre divine Persone. Nel dono dello Spirito, che manifesta e trasmette questo modo di essere, si comprende e si vive nell’amore, che comporta il dono totale di sé per accogliere in sé l’altro, diventando con lui un unico Spirito.

 Inserito nel rapporto di comunione trinitaria, il cristiano si coglie un soggetto idoneo alla comunione interpersonale e pertanto disponibile ad essa. Ciò lo costituisce persona aperta all’Altro, non solo all’altro trascendente e divino, ma anche al suo simile, all’altro uomo. Anzi in forza della disponibilità personale verso Dio, in ragione d’essa, quale atteggiamento fondamentale dell’essere e sua struttura interiore e totalizzante, la persona umana si determina liberamente in riferimento agli altri, stabilendo con essi un rapporto che acquista senso e valore in proporzione del suo collegamento con il rapporto ultimo che congiunge tutti a Dio.
 Tale relazionalità all’altro uomo comprende due direzioni, in analogia all’amore trinitario: una è la direzione a uscire dalla propria soggettività per donarsi a qualcuno, quale dimensione attiva della donazione; l’altra è la direzione a entrare in sé per accogliere qualcuno che viene donato, quale dimensione passiva dell’accettazione. Le due direzioni coesistono nel cristiano che è stato ricolmato del dono dello Spirito, in modo che egli sia contemporaneamente accogliente e donante.
 La donazione esige che nel momento in cui l’uomo, dimentica sé stesso per donarsi all’altro, deve anche saper accogliere l’altro e metterlo al posto di sé. Anzi i due aspetti sono così intimamente e necessariamente connessi che non può esserci vera donazione di sé se non è accompagnata dalla capacità di comprendere in sé il distinto da sé. Se uno è proteso solo a donare, senza la disponibilità a ricevere, la sua donazione in effetti non è comunicazione con l’altro, ma semplicemente autoaffermazione di sé. D’altro canto se uno è pronto ad accogliere soltanto, senza la generosità a dare anche sé stesso, rimane chiuso nel proprio egoismo e concretamente non sa accogliere l’altro da sé, poiché di fatto l’altro è come se non esistesse nella sua diversità, in quanto il rapporto si esaurisce nel soddisfare i propri interessi e non già nel considerare l’altro. Occorre vivere autenticamente il dono di Dio, per superare l’apparente conflittualità, in modo da ristrutturare la persona umana, affinché ristrutturando sé stessa per far emergere il suo simile sia pronta a dare sé stessa per l’edificazione dell’altra persona. Come inversamente, nel momento in cui è disponibile a donarsi deve anche sapere rispettare l’alterità del soggetto a cui si dona e non imporsi a lui, ma lasciare spazio perché anche lui si manifesti e si possa donare. Ricevere e donare, morire e vivere: sono queste le coordinate della comunione che deve stabilirsi tra gli uomini secondo la logica del dono dello Spirito di Dio.
 Il primato spetta alla dimensione dell’accoglienza del dono, in quanto la creatura umana si ritrova, nella sua costituzione ultima, in un rapporto costante d’accettazione di tutto ciò che fa parte del suo essere naturale e della sua rigenerazione nella grazia divina: tutto le è stato elargito dall’amore gratuito di Dio, tutto è frutto della sua generosità. Questo fatto fondamentale, una volta che viene veramente capito e vissuto nella pienezza del suo valore, diventa fonte d’autentica accettazione di sé e perciò motivo per liberamente agire e comunicare.
 L’uomo, così come si riconosce ed esiste, anche con i suoi limiti inevitabili e con i suoi peccati, si sente amato da Dio in maniera totale e definitiva, poiché in lui è stato riversato il suo Spirito eterno. Egli dunque è avvolto dall’amore del Padre e del Figlio, è sorretto, ravvivato, rigenerato da esso. È questo che lo fa essere perfettamente sé stesso, nella certezza che la sua persona è stata sigillata dallo Spirito divino e come tale è stata posta nella dignità di poter comunicare con Dio e condividere il suo stesso essere, partecipare alla sua familiarità.
 In questo modo il cristiano ha sperimentato la liberazione dalla propria chiusura interiore in forza del dono dell’amore assoluto. Egli non rimane più ripiegato in se stesso dalla non accettazione di sé, ma si esprime spontaneamente al di fuori di sé per incontrarsi con gli altri e poterli abbracciare con lo stesso slancio d’amore con cui egli si è sentito abbracciato da Dio. Egli ormai è inserito nella dinamica vitale dell’amore, che consiste propriamente nel comunicare liberamente con l’altro, nel farsi dono per l’altro. Il suo sguardo si dirige verso coloro che stanno vicini a lui, per riconoscerli e considerarli per quello che essi veramente sono, soggetti destinati all’amore come lui. D’altra parte si sente sempre bisognoso d’amore, di aiuto dei fratelli.
 Così compreso, il rapporto interpersonale assume un valore altamente unitivo, congiungendo gli uomini in un solo profondo spirito di comprensione e di reciproca accoglienza. Nessuno si può sentire isolato, non capito, emarginato, come nessuno si può ritenere il solo capace di donare. Ognuno e tutti sono posti nella condizione di condividere le dimensioni che compongono la vera donazione: quella attiva di dare e quella passiva di ricevere; quella d’amare e quella di sentirsi amati.
 In tal modo il cristiano acquista una connaturale sensibilità che lo rende conoscitore interiore dell’altro, dei suoi pregi e dei suoi difetti, dei suoi bisogni e delle sue aspirazioni, non per giudicarlo, ma per commisurarsi a lui, in modo che, donandosi, lo faccia in proporzione dell’essere altrui e non del proprio, adeguandosi alle aspettative altrui e non obbligare le proprie, soprattutto cercando il bene dell’altro, la sua piena e libera espansione, la maturazione della sua persona. Ugualmente quando s’accinge ad accogliere qualcuno, lo deve accettare così com’egli è costituito, rispettando la sua personalità alle volte ricolma d’imperfezioni e di limiti, affinché l’altro, sentendosi accolto e amato, possa germogliare nelle proprie potenzialità ed essere rinnovato nel giusto concetto di sé, libero di esprimersi e di agire. Nasce così una nuova persona disponibile a donarsi.

 Lo Spirito del Signore dunque, abbracciando ogni cosa (Sap 1,7) e illuminando ogni volto, unifica il genere umano come una grande famiglia, in cui ciascuno si sente abbracciato dall’altro, mentre si dona per abbracciare. Una meravigliosa unione di cuori e di volti, che sanno ormai fondersi senza badare alle distinzioni e alle rivalità della carne, né senza sopraffare e distruggere ogni singola persona. Infatti lo Spirito Santo, effuso sull’umanità, ha fatto di tutti un solo corpo in Cristo Gesù (1 Cor 12, 13), pur nella varietà delle membra; un solo popolo, il nuovo popolo dei figli di Dio, come fratelli attorno all’unico Padre celeste.