Lo Spirito Santo radice della vita interiore
di Padre Tomás Spidlík
Luglio 2001

 I popoli primitivi immaginavano lo spirito come un qualcosa di più o meno materiale, unito alla respirazione. Al contrario, la filosofia greca arrivò alla conclusione che lo spirito, o anima, è immateriale. Chiamavano perciò «spirituale» ogni attività dell’anima: pensare, scrivere poesie, studiare, ecc. Questo modo di parlare è diffuso anche oggi. Si dice per esempio che uno ha «molti interessi spirituali», e s’intende che si occupa della letteratura, dell’arte, della filosofia. Lo lodiamo perché dà la precedenza, davanti alle cose materiali, alla cultura. Un’altra questione è se questo concetto corrisponde a ciò che si chiama «spirituale» nel vero senso cristiano.
 I «padri spirituali» dei tempi antichi facevano volentieri appello ad un testo del vangelo: «Non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,20). Egli parla nei cristiani, agisce in loro, ispira loro i pensieri. Come concepire questa presenza dello Spirito nella nostra persona? Anche gli spiriti maligni, demoniaci, influiscono sull’uomo. Ma lo fanno come una forza esterna, violenta. Lo Spirito di Dio, al contrario, è interno a noi. San Basilio dice che è «come la capacità di vedere nell’occhio sano», diventa come nostra «forma». Sant’Ireneo definisce l’uomo spirituale come composto dal corpo, dall’anima e dallo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è come se fosse «l’anima della nostra anima». Trasforma tutta la nostra umanità.
 Diciamo «trasforma», cioè non distrugge, ci aiuta a sviluppare tutte le nostre doti naturali. Gesù disse a Nicodemo che per entrare nel regno di Dio bisogna nascere di nuovo «dall’acqua e dallo Spirito Santo» (Gv 3,5). San Cirillo di Gerusalemme si chiede: «Perché lo Spirito viene paragonato all’acqua?». Risponde: «Dall’acqua nasce tutto: nutre le erbe e gli animali. Scende dal cielo come pioggia. È una sola, ha la stessa natura, ma quanti effetti differenti produce! Una sorgente irriga tutto il giardino; la stessa pioggia cade dal cielo in tutto il mondo. Ma nel giglio diventa bianca, nella rosa rossa, nel giacinto porpurea. Così anche lo Spirito Santo, pur essendo uno e indiviso, distribuisce come vuole la sua grazia».
 Avendo in noi lo Spirito, abbiamo la forza divina. Allora uno si pone la domanda: perché allora sforzarsi, lavorare, e non lasciare agire la sola grazia? I Padri della Chiesa ammonivano a non abbandonarsi all’inerzia, alla passività. È vero che il progresso della vita spirituale è dono della grazia, ma essa esige la collaborazione umana. Con un semplice, ma bell’esempio, già nel IV secolo, lo Pseudo-Macario lo spiega. Gli sforzi umani sono come il lavoro dell’agricoltore. Sappiamo che non basta arare e seminare. Il raccolto dipende dal sole, dalla pioggia, dalla temperatura. Vi sono delle annate nelle quali si raccoglie ben poco, nonostante grandi fatiche. Eppure la regola «normale» rimane valida: più si lavorano i campi, migliore raccolto si avrà. Cosi possiamo anche parlare di qualche «normale legge della grazia». Anche qui vale: «Sforzati, Dio ti aiuterà». Sant’Ignazio di Loyola espresse questo principio in questo modo: «Dobbiamo lavorare come se tutto dipendesse da noi, ma dobbiamo pregare come se tutto dipendesse solo da Dio».
 Non è una contraddizione. Non c’è dubbio che la grazia è libero dono di Dio. Ma ciò che Dio ci regala è la vita, l’attività; lo Spirito vivifica l’uomo intero, il suo cuore, la sua mente, tutte le sue forze. L’amore di Dio deve incontrare l’amore attivo da parte dell’uomo.
 Come allora si può riconoscere se uno possiede lo Spirito Santo o se ne è privo? Il nostro corpo lo sentiamo, possiamo dire se siamo sani o malati. Anche l’attività dell’anima è sotto il nostro controllo. Ma come possiamo assicurarci della presenza dello Spirito Santo? A Santa Giovanna d’Arco fu chiesto dai giudici al processo contro di essa: «Puoi dirci se hai la grazia di Dio?». Diede una bella risposta, ma evasiva: «Se l’ho, ringrazio il Signore, e se non l’ho, il Signore me la conceda!».
 La questione è sempre attuale e nel IV secolo della nostra storia cristiana divenne oggetto di discussione. I cosiddetti messaliani, provenienti dalla Siria, carismatici esagerati, presero una posizione radicale: se hai lo Spirito Santo, devi sentirlo. Se non senti niente, non hai la grazia divina. E se, al contrario, senti le tentazioni, se sei agitato dai pensieri cattivi, è il peccato che abita nel tuo cuore. Da questa posizione traevano anche conseguenze pericolose: i sacramenti non cambiano i nostri sentimenti, quindi non procurano lo Spirito Santo. Le preghiere «entusiaste», esaltate, sono più utili che la liturgia comune nella Chiesa.
 Questa posizione estrema fu condannata come eretica. Diadoco di Fotice, autore spirituale greco, scrive contro i messaliani: «La grazia è deposta segretamente nel profondo del cuore fin dal momento del battesimo; essa non fa sentire la propria presenza al sentimento». Anche i grandi santi passavano spesso periodi di desolazione spirituale e sembrava loro, come a Santa Teresa di Lisieux verso la fine della sua vita, che il cielo fosse chiuso. Tuttavia questi stati di «insensibilità» per le cose spirituali non devono essere lo stato normale del cristiano. Sono prove della fede e come tali vengono ricompensate da Dio con le consolazioni che seguono.
 Anche se invisibile, Dio si conosce dai segni. Si rivela nell’ordine del mondo, devono quindi essere anche segni della sua presenza nell’anima. Sono vari e si chiamano semplicemente «carismi». San Paolo li enumera spesso e nel famoso «cantico della carità» nella prima lettera ai Corinzi (13,1ss) ricorda quelli che colpiscono per il loro carattere straordinario: la glossolalia, ossia il dono di parlare le lingue, la profezia, il guarire i malati, ecc. Ma la conclusione è nota: «se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e possedessi la pienezza della fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla» (vv. 1-2). I doni straordinari non li possono avere tutti, ma ogni cristiano è chiamato a realizzare la perfezione nella carità. Essa è, quindi, il segno più certo della presenza dello Spirito Santo nel cuore.
 Ma quali sono i segni dai quali riconosciamo che qualcuno è dotato di vera carità? Dall’inizio la Chiesa venera come santi i martiri, dato che «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Offrire la vita per gli altri si può solo con la forza dello Spirito. Non è però dato a tutti di confermare con il sangue la propria unione con Dio. Perciò già Sant’Ireneo (che morì come martire) nota che gli altri fedeli possono testimoniare la carità e la presenza dello Spirito in un modo semplice: «per mezzo della fede e di una vita immacolata». Questo corrisponde alla tesi diffusa dai teologi fino ad oggi: senza la grazia dello Spirito nel nostro cuore nessuno può osservare pienamente i comandamenti di Cristo.
 Se quindi uno vive nella fede ed osserva la legge di Dio, è «carismatico» nel pieno senso della parola, dà testimonianza del fatto che Dio rimane con lui e la sua presenza lo trasforma. Questa trasformazione si chiama con un termine generico «grazia», o come anche dicono i Padri, «l’immagine di Dio» che ci è data nel battesimo, ma destinata a crescere fino alla somiglianza, all’unità più perfetta con Dio.