Lo Spirito Santo nel sacrificio di Gesù Cristo
Giovanni Paolo II - Mercoledì 1 agosto 1990
Aprile 2002

 Nell'Enciclica Dominum et Vivificantem ho scritto: «Il Figlio di Dio Gesù Cristo, come Uomo, nell'ardente preghiera della sua passione, permise allo Spirito Santo, che già aveva penetrato fino in fondo la sua umanità, di trasformarla in un sacrificio perfetto mediante l'atto della sua morte, come vittima di amore sulla Croce. Da solo Egli fece questa oblazione. Come unico sacerdote, "offrì se stesso senza macchia a Dio" (Eb 9,14)».
 Il sacrificio della Croce è il culmine di una vita nella quale noi abbiamo letto, seguendo i testi del Vangelo, la verità sullo Spirito Santo, a partire dal momento dell'incarnazione.
 È stato il tema delle catechesi precedenti, concentrate sui momenti della vita e della missione di Cristo, in cui la rivelazione dello Spirito Santo è particolarmente trasparente. Il tema dell'odierna catechesi è il momento della Croce.
 Fissiamo l'attenzione sulle ultime parole pronunciate da Gesù nella sua agonia sul Calvario. Nel testo di Luca esse suonano così: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Anche se queste parole, tranne l'invocazione «Padre», provengono dal Salmo 30(31), tuttavia, nel contesto del Vangelo, acquistano un altro significato. Il Salmista pregava Dio di salvarlo dalla morte; Gesù sulla Croce, invece, proprio con le parole del Salmista, accetta la morte, consegnando al Padre il suo spirito (cioè «la sua vita»). Il Salmista si rivolge a Dio come a liberatore; Gesù rende (cioè consegna) il suo spirito al Padre nella prospettiva della risurrezione. Affida al Padre la pienezza della propria umanità, nella quale però sussiste l'Io divino del Figlio unito al Padre nello Spirito Santo. Tuttavia la presenza dello Spirito Santo non viene manifestata in modo esplicito nel testo di Luca, come avverrà nella Lettera agli Ebrei (9,14).
 Prima di passare a quest'altro testo, occorre prendere in considerazione la formulazione un po' diversa delle parole di Cristo morente nel Vangelo di Giovanni. Vi leggiamo: «E dopo aver ricevuto l'aceto Gesù disse: "Tutto è compiuto!". E, chinato il capo, rese lo spirito» (Gv 19,30). L'Evangelista non mette in rilievo la «consegna» (o «affidamento») dello spirito al Padre. L'ampio contesto del Vangelo di Giovanni, e specialmente delle pagine dedicate alla morte di Gesù in Croce, sembra piuttosto indicare che quella morte dà inizio all'invio dello Spirito Santo, come Dono consegnato alla dipartita di Cristo.
 Tuttavia, anche qui non si tratta di un'affermazione esplicita. Non possiamo, però, ignorare il sorprendente collegamento che sembra esistere tra il testo di Giovanni e l'interpretazione della morte di Cristo che si trova nella Lettera agli Ebrei. L'autore di quest'ultima parla della funzione rituale dei sacrifici cruenti dell'Antica Alleanza, che servivano alla purificazione del popolo dalle colpe legali, e li paragona al sacrificio della Croce, per poi esclamare: «Quanto più il sangue di Cristo, il quale con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere della morte, per servire il Dio vivente» (Eb 9,14).
 Come ho scritto nell'Enciclica Dominum et Vivificantem, «nella sua umanità (Cristo) era degno di divenire un tale sacrificio, poiché egli solo era "senza macchia". Ma l'offrì "con uno Spirito eterno": il che vuol dire che lo Spirito Santo agì in modo speciale in questa assoluta autodonazione del Figlio dell'Uomo, per trasformare la sofferenza in amore redentivo». Il mistero dell'associazione tra il Messia e lo Spirito Santo nell'opera messianica, contenuto nella pagina di Luca sull'Annunciazione di Maria, traspare ora nel passo della Lettera agli Ebrei. Qui è manifestata la profondità di quell'opera, che arriva alle «coscienze» umane per purificarle e rinnovarle per mezzo della grazia divina, ben oltre la superficie della raffigurazione rituale.
 Nell'Antico Testamento più volte si parla del «fuoco dal cielo», che bruciava le oblazioni presentate dagli uomini (cfr. Lv 9,24; 1Cr 21,26; 2Cr 7,1). Così nel Levitico: «Il fuoco sarà tenuto acceso sull'altare e non si lascerà spegnere; il sacerdote vi brucerà legna ogni mattina, vi disporrà sopra l'olocausto» (Lv 6,5). Ora, sappiamo che l'antico olocausto era figura del sacrificio della Croce, l'olocausto perfetto. «Per analogia si può dire che lo Spirito Santo è il fuoco dal cielo, che opera nel profondo del mistero della Croce. Provenendo dal Padre, Egli indirizza verso il Padre il sacrificio del Figlio, introducendolo nella divina realtà della comunione trinitaria».
 Per questa ragione possiamo aggiungere che, nel riflesso del mistero trinitario, si vede il pieno compimento dell'annuncio di Giovanni Battista sul Giordano: «Egli (il Cristo) battezzerà in Spirito Santo e fuoco» (Mt 3,11). Se già nell'Antico Testamento, di cui si faceva eco il Battista, il fuoco simboleggiava l'intervento sovrano di Dio che purificava le coscienze mediante il suo Spirito (cfr. Is 1,25; Zc 13,9; Mi 3,2-3; Sir 2,5), ora la realtà supera le figure nel sacrificio della Croce, che è il perfetto «Battesimo con cui il Cristo stesso doveva essere battezzato» (cfr. Mc 10,38), e al quale Egli nella sua vita e nella sua missione terrena tende con tutte le sue forze, come Egli stesso dice: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso! C'è un Battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!» (Lc 12,49-50). Lo Spirito Santo è il «fuoco» salvifico che dà attuazione a quel sacrificio.
 Nella Lettera agli Ebrei leggiamo ancora che Cristo, «pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,8). Venendo al mondo aveva detto al Padre: «Ecco, io vengo a fare la tua volontà» (Eb 10,9). Nel sacrificio della Croce si realizza fino in fondo proprio questa obbedienza: «se il peccato ha generato la sofferenza, ora il dolore di Dio in Cristo crocifisso acquista per mezzo dello Spirito Santo la sua piena espressione umana... Ma, nello stesso tempo dal profondo di questa sofferenza... lo Spirito trae una nuova misura del dono fatto all'uomo e alla creazione fin dall'inizio. Nel profondo del mistero della Croce agisce l'amore, che riporta nuovamente l'uomo a partecipare alla vita, che è in Dio stesso».
 Perciò nei rapporti con Dio l'umanità «ha un sommo sacerdote che (sa) compatire le nostre infermità, essendo stato Lui stesso provato in ogni cosa, come noi, escluso il peccato» (Eb 4,15): in questo nuovo mistero della mediazione sacerdotale di Cristo presso il Padre c'è l'intervento decisivo dello «Spirito eterno», che è fuoco d'infinito amore.
 «Lo Spirito Santo come amore e dono discende, in un certo senso, nel cuore stesso del sacrificio che viene offerto sulla Croce. Riferendoci alla tradizione biblica possiamo dire: Egli consuma questo sacrificio col fuoco dell'amore, che unisce il Figlio al Padre nella comunione trinitaria. E poiché il sacrificio della Croce è un atto proprio di Cristo, anche in questo sacrificio Egli "riceve" lo Spirito Santo. Lo riceve in modo tale, che poi Egli - ed Egli solo con Dio Padre - può "darlo" agli Apostoli, alla Chiesa, all'umanità».
 È dunque giusto vedere nel sacrificio della Croce il momento conclusivo della rivelazione dello Spirito Santo nella vita di Cristo. È il momento chiave, nel quale trova il suo radicamento l'evento della Pentecoste e tutta l'irradiazione che ne emanerà nel mondo. Lo stesso «Spirito eterno» operante nel mistero della Croce apparirà allora nel Cenacolo sotto forma di «lingue come di fuoco» sulle teste degli Apostoli, a significare che sarebbe penetrato gradualmente nelle arterie della storia umana mediante il servizio apostolico della Chiesa. Siamo chiamati a entrare anche noi nel raggio d'azione di questa misteriosa potenza salvifica che parte dalla Croce e dal Cenacolo, per essere attratti, in essa e per essa, nella comunione della Trinità.