«La lettera uccide, lo Spirito vivifica»
di Padre Albert Vanhoye, S.J.
Giugno 2002

 Nella sua Seconda Lettera ai Corinzi, l'apostolo Paolo esprime un forte contrasto tra la lettera (in greco gramma) e lo spirito (pneuma). «La lettera uccide, ma lo Spirito vivifica» (2Cor 3,6). La lettera fa morire, mentre lo spirito fa vivere. Come succede spesso nella Bibbia, questa parola è suscettibile di diverse interpretazioni, la si può capire in modo più o meno profondo, a seconda del senso che si dà a spirito.
 Una prima interpretazione consiste nel distinguere in un dato testo lettera e spirito. La lettera designa le parole scritte, prese nel loro senso oggettivo, lo spirito invece designa la disposizione mentale con la quale sono state scritte, l'intenzione di fondo dell'autore. In molti casi, c'è corrispondenza tra lettera e spirito. L'amore si esprime con parole affettuose, l'odio con parole offensive. In alcuni casi, invece, il senso della lettera non è tanto chiaro. Potrebbe essere presa in cattiva parte o in buona parte. Per interpretarla correttamente, è necessario conoscere per altre vie la mente di chi l'ha scritta. La distinzione tra spirito e lettera riveste una importanza speciale, quando si tratta di testi giuridici. Per poter applicare correttamente una legge a un caso concreto, bisogna aver afferrato lo spirito della legge.
 Nei racconti dei vangeli, osserviamo a più riprese un netto contrasto tra due interpretazioni diverse di certi precetti della Legge di Mosè; da una parte vediamo l'interpretazione rigida dei Farisei che esigono l'osservanza stretta della lettera di questi precetti, in qualsiasi circostanza; dall'altra parte, ammiriamo l'interpretazione generosa di Gesù, che si preoccupa di corrispondere allo spirito della Legge e prende quindi una certa libertà con la lettera, quando le circostanze lo richiedono. Questo contrasto si manifesta specialmente a proposito dell'osservanza del sabato. Gli episodi sono numerosi in tutti e quattro i vangeli. Prendiamo nel vangelo secondo Marco, il caso dell'uomo «che aveva una mano inaridita» e che si trovava nella sinagoga dove Gesù era entrato un giorno di sabato (Mc 3,1-6). I farisei osservano Gesù «per vedere se lo curava in giorno di sabato per poi accusarlo». Curare (greco therapeuein, da cui deriva terapia) è il lavoro del medico. Il decalogo vieta di lavorare in giorno di sabato (Es 20,8-11; Dt 5,12-15). Si tratta di un divieto severissimo, sotto pena di morte (Es 31,15; 35,2; Nm 15,32-36). I farisei prendono alla lettera questo divieto e ritengono che, se Gesù cura allora l'infermo, si meriterà la pena di morte (cfr. Mc 3,6). Gesù, invece, vuol essere fedele allo spirito della legge e perciò chiede ai farisei: «È lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o uccidere?». Gesù sa che lo spirito della Legge è uno spirito di misericordia; secondo il libro dell'Esodo, infatti, lo scopo dell'osservanza del sabato è che «possano goder quiete il tuo bue e il tuo asino e possano respirare i figli della tua schiava e il forestiero» (Es 23,12; cfr. anche Dt 5,14). Gesù ne conclude che «il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato» (Mc 2,27). Egli, quindi, non esita a fare un'opera di misericordia un giorno di sabato; non vuole peccare per omissione, vuole «salvare una vita». Qui si vede bene che «la lettera uccide, mentre lo spirito fa vivere». Per fedeltà cieca alla lettera della legge, i farisei ostacolano la guarigione dell'infermo e quindi la sua piena vita e poi «tengono consiglio» contro Gesù «per farlo morire» (Mc 3,6). Gesù invece fa vivere pienamente l'infermo. Egli agisce similmente a favore del paralitico alla piscina di Betzata (Gv 5,8-9) e per la guarigione del cieco nato (Gv 9,14), suscitando ogni volta una reazione quanto mai ostile da parte dei farisei, attaccati alla lettera della legge.
 Bisogna però osservare che l'apostolo Paolo non è rimasto a questo livello d'interpretazione, quando ha scritto: «La lettera uccide, lo Spirito invece fa vivere» (2Cor 3,6). Non ha preso, cioè, la parola spirito in un senso generico, ma l'ha presa in un senso molto specifico, quello di «Spirito del Dio vivente», come dice in una frase precedente (2Cor 3,3). L'antitesi tra lettera e Spirito caratterizza, secondo Paolo, la «Nuova Alleanza», di cui gli Apostoli sono stati «resi ministri capaci», Alleanza «non di lettera, ma di Spirito». Effettivamente, gli oracoli profetici che annunciavano l'instaurazione di una Nuova Alleanza, la descrivevano come una relazione interiore con Dio stabilita dallo Spirito Santo. L'oracolo di Geremia sottolineava la differenza tra la Nuova Alleanza e l'Alleanza del Sinai, basata in un testo fatto di lettere scritte su due tavole di pietra. La Nuova non sarà così (Ger 31,32), ma sarà scritta sui cuori (31,33). Ezechiele precisa che Dio darà ai suoi fedeli «un cuore nuovo», nel quale verserà «uno spirito nuovo», che sarà, dice, «il mio Spirito» (Ez 36,26-27). Nella sua Seconda Lettera ai Corinzi, san Paolo accenna a questi oracoli, a quello di Geremia, quando dice ai Corinzi che sono una «epistola di Cristo», scritta «non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei cuori» (2Cor 3,3), poi all'oracolo di Ezechiele, quando dice che «questa epistola» è stata scritta «con lo Spirito del Dio vivente» (2Cor 3,3) e che la «Nuova Alleanza» non è «di lettera, ma di Spirito» (3,6). L'Apostolo mette in forte contrasto la «Disposizione Antica» (cfr. 2Cor 3,14), caratterizzata da una legge esterna, una lettera, e la «Disposizione Nuova» (3,6), caratterizzata dal dono interiore dello Spirito Santo, che «abita» nei cristiani (Rm 8,9.11; 1Cor 3,16; 2Tm 1,14).
 La legge esterna non fa vivere, perché non cambia il cuore delle persone, non comunica un dinamismo vitale. Quando il cuore è cattivo, l'effetto della legge esterna è quello di suscitare una voglia di trasgressione. Lungi dall'essere raffrenate dalla legge, «le passioni peccaminose» sono piuttosto stimolate da essa (cfr. Rm 7,5). «Non avrei conosciuto la concupiscenza, scrive Paolo, se la legge non avesse detto: Non avrai concupiscenza. Prendendo occasione da questo comandamento, il peccato scatenò in me ogni sorta di concupiscenza» (Rm 7,7-8). La legge può soltanto vietare e poi condannare. Perciò Paolo chiama il sistema della legge «il ministero della condanna», anzi, «il ministero della morte» (2Cor 3,7.9), perché la lettera della legge condanna a morte le persone colpevoli di una trasgressione grave. Così «la lettera uccide» veramente. Al «ministero della condanna» e «della morte», Paolo contrappone «il ministero dello Spirito» e «della giustizia» (2Cor 3,8.9), cioè il ministero apostolico della Nuova Alleanza, che per mezzo della parola della fede in Cristo e per mezzo del battesimo comunica ai credenti lo Spirito Santo (cfr. Rm 15,16; 1Cor 6,11). L'azione dello Spirito non rimane esterna, come quella della legge; al contrario, penetra all'interno dei cuori e li purifica, li santifica, vi stabilisce una relazione interiore con Dio, un dinamismo di comunione vivificante. Il «ministero dello Spirito» viene chiamato da Paolo «il ministero della giustizia» in un senso che non ci è consueto, nel senso, cioè, che lo Spirito trasforma interiormente i peccatori e li rende giusti, conformi al progetto di Dio. Ai Corinzi, Paolo scrive: «siete stati lavati, santificati, giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio» (1Cor 6,11). Così «lo Spirito fa vivere» di una vita nuova, in comunione con Dio. Questa vita è feconda; produce «il frutto dello Spirito», che «è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22-23); essa si manifesta anche con una meravigliosa diversità di doni spirituali ossia carismi (cfr. 1Cor 12,4.7-11). La vita comunicata dallo Spirito rende facile ai credenti l'adempimento della legge, perché lo Spirito riversa l'amore divino nei cuori (Rm 5,5) e «tutta la legge trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso» (Gal 5,14); «pieno compimento della legge è l'amore» (Rm 13,10). Non si tratta, però, di una osservanza rigida e minuziosa della lettera della legge; si tratta invece di una osservanza attenta all'essenziale e adattata alle circostanze, sull'esempio di Gesù. Lo sforzo principale del cristiano deve essere di accogliere sempre meglio nella sua esistenza quotidiana la presenza e l'azione del Santo Spirito, che lo fa vivere.