«Vogliamo vedere Gesù!»
fr. Reginaldo Maranesi, O.F.M. capp.
Novembre 2002

 All'inizio del nuovo millennio, Giovanni Paolo II ha inviato una lettera apostolica ai Vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e a tutti i fedeli laici: la "Novo millennio ineunte".
 In questa lettera, il Papa, prendendo lo spunto dalla parola di Gesù rivolta a Pietro: «Duc in altum! Prendi il largo per la pesca» (Lc 5,4), fa innanzitutto un bilancio del grande Giubileo del 2000 e parla delle meraviglie di grazia operate dallo Spirito Santo, un fiume di acqua viva riversato nella Chiesa; evento straordinario di grazia che ancora una volta ci invita ad elevare a Dio il canto della lode: «Celebrate il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia» (n. 1).
 In realtà - si domanda il Papa - che cosa ha caratterizzato il Giubileo del 2000? E risponde: «La riscoperta del mistero di Cristo nel grande orizzonte della salvezza... Cristo è apparso il fondamento e il centro della storia, il suo senso e la sua meta ultima» (n. 5). Per questo - aggiunge il Papa - dobbiamo sempre più contemplare il volto di Cristo, poiché è questo volto che la Chiesa deve far «risplendere davanti alle generazioni del nuovo millennio» (n. 16); perché è questo volto che ci svela «il Padre e lo Spirito Santo, l'unica ed indivisa Trinità, mistero ineffabile in cui tutto ha la sua origine e tutto il suo compimento» (n. 5). Solo ripartendo da Cristo, di cui abbiamo contemplato il volto, potranno essere risolti i vari problemi che la Chiesa deve affrontare nel nuovo millennio per essere testimonianza viva del suo amore.
 Così, al centro della lettera apostolica, come al centro del grande Giubileo, della storia e della vita della Chiesa, c'è l'adorabile figura di Cristo Gesù - l'Unigenito del Padre, immagine del Dio invisibile, irradiazione della sua gloria - che dobbiamo lungamente e intensamente contemplare per rivestirci di Lui e donarlo agli uomini del nostro tempo.
 Il mondo di oggi - osserva acutamente il Papa - ci ripete, forse inconsciamente, ma certamente, quello che alcuni greci dissero all'Apostolo Filippo: «Vogliamo vedere Gesù!» (Gv 12,21).
 Il mondo di oggi ci chiede non tanto e non solo di parlare di Cristo, ma in certo senso di farlo vedere (n. 16). In altre parole, la Chiesa oggi ha più bisogno di testimoni di Cristo, anziché di maestri. Alcune figure straordinarie del nostro tempo, come San Massimiliano Kolbe, San Pio da Pietrelcina, M. Teresa di Calcutta, hanno attirato folle innumerevoli anche di indifferenti o non credenti, soprattutto con la testimonianza viva della loro vita che incarnava e faceva trasparire Cristo e il suo Vangelo.
 Tutto questo deve avvenire in proporzione al dono di grazia ricevuto da ciascun credente, nel nascondimento e nell'umiltà del quotidiano. Dobbiamo cioè essere una presenza viva di Cristo, nella forza e nella luce dello Spirito Santo, una sua trasparenza, per far rivivere Cristo Gesù in maniera più integrale e luminosa; incarnando le beatitudini evangeliche insegnateci con la Parola e l'esempio dal Divino Maestro. Tutti quelli che ci avvicinano dovrebbero poter dire: «Ho visto il Signore!» (Gv 20,25).
 Tutto questo si realizza mediante la contemplazione del volto di Cristo perché «la nostra testimonianza - nota il Papa - sarebbe insopportabilmente povera, se noi per primi non fossimo contemplatori del suo volto. Il grande Giubileo ci ha sicuramente aiutati ad esserlo più profondamente... Dobbiamo riprendere il cammino ordinario... con lo sguardo più che mai fisso sul volto del Signore» (n. 16). E lo Spirito Santo proprio a questo orienta il cuore dei fedeli.
 Non si tratta quindi - dice il Papa - di inventare un nuovo programma; il programma già c'è, quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione: conoscere Cristo, amarlo, imitarlo, annunciarlo, per vivere con Lui e in Lui la vita Trinitaria e, nella potenza del Divin Paraclito, trasformare con Lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste (cfr. n. 29).
 In questo programma, penso sia fondamentale il verbo conoscere Cristo, perché dalla conoscenza scaturisce certamente l'amore, il desiderio di assimilarsi a Lui e di annunciarlo al mondo come unico Salvatore.
Conoscere Cristo, come? C'è una conoscenza attraverso lo studio, necessaria ma non sufficiente perché potrebbe lasciarci anche indifferenti di fronte alle scelte di vita.
 C'è invece una conoscenza essenziale, esistenziale e insostituibile che avviene attraverso l'amore. È quanto ha promesso Gesù stesso: «Chi mi ama, sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a Lui» (Gv 14,21). Conoscere, infatti, in senso biblico, significa avere una esperienza personale viva e profonda, con possesso di amore, di una persona. Gesù non è un sentimento, un'idea, un ricordo, un personaggio del passato, ma una Persona viva in carne e ossa. Invocando con assiduità, umiltà e fiducia lo Spirito Santo potremo sperimentare che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente ed avere vita, vita in abbondanza nel suo Nome. Egli ha degli occhi mitissimi, dolcissimi, colmi di amore; ha un volto che forma la delizia degli eletti: volto di Figlio di Dio, volto dolente, volto di Risorto; ha soprattutto un Cuore umano e divino che palpita per ciascuno di noi di un amore incontenibile e misericordioso. Si tratta quindi di un rapporto di amore personale, a tu per tu, irripetibile, sostenuto e reso quasi sensibile dalla potenza dello Spirito Santo.
 Questa è la conoscenza che hanno avuto i primi Apostoli di Gesù; la conoscenza che ha avuto S. Paolo sulla via di Damasco; la conoscenza e l'esperienza che hanno avuto tutti i Santi. Una conoscenza che sconvolge la propria vita e dà la forza di considerare «spazzatura» tutto il resto pur di conquistare Cristo.
 Un rapporto personale di amore talmente concreto da poter ripetere con l'apostolo Giovanni: «Quello che abbiamo veduto, quello che abbiamo contemplato, quello che abbiamo toccato, quello che abbiamo ascoltato, ossia il Verbo della vita, lo annunciamo anche a voi» (1Gv 1,1ss). Una conoscenza che ci fa proclamare Gesù l'unico Signore della nostra vita, l'unica ragione del nostro vivere, del nostro operare e del nostro soffrire (cfr. Fil 3,7-10).
 Ora questa conoscenza - dice il Papa - si può realizzare solo nel silenzio e nella preghiera, perché alla contemplazione piena del volto del Signore non possiamo arrivare con le sole nostre forze, ma lasciandoci prendere per mano dalla grazia dello Spirito Santo.
 «Solo l'esperienza del silenzio e della preghiera offre l'orizzonte adeguato in cui può maturare e svilupparsi la conoscenza più vera, aderente e concreta del mistero di Cristo Gesù» (n. 20). «Il tuo volto, Signore, io cerco... Non nascondermi il tuo volto» (Sal 27). L'antico anelito del salmista non poteva ricevere esaudimento più grande e più sorprendente che nella contemplazione del volto di Cristo. In Lui veramente Dio ci ha benedetti e ha fatto «splendere il suo volto su di noi» (Sal 67,23).
 Dove contemplare il volto di Cristo, se non soprattutto laddove la sua presenza è così ineffabilmente pregnante da riassumere tutte le altre senza però escluderle? Proprio nella SS.ma Eucaristia, dove Egli permane sostanzialmente e corporalmente nelle specie del Pane consacrato: Misterium Fidei!
 Inoltre, per avere «la sublime conoscenza di Cristo Gesù» (Fil 3,8) è necessario, come Maria, stare a lungo ai suoi piedi, ascoltare la sua parola e invocare il suo nome: Gesù! Ripetere lentamente il nome di Gesù significa chiamarlo e stabilire un contatto personale con lui. A poco, a poco, si avverte la potenza di questo nome che salva, perdona, guarisce, santifica.
 La Chiesa, come l'apostolo Tommaso, si prostra adorante davanti al Risorto, nella pienezza del suo splendore divino e perennemente esclama: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28) e attende e affretta nella speranza e nella santità della vita la sua venuta nella gloria. Amen, alleluja!