La remissione dei peccati
nell'amore dello Spirito Santo

Don Renzo Lavatori
Marzo 2003

 Vi è uno stretto rapporto tra la remissione dei peccati e l'azione dello Spirito Santo, come dice la formula del rito dell'assoluzione: «Dio Padre di misericordia [...] ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati [...]». Quale il senso di questo nesso? Quale il suo valore teologico e spirituale?
 Per poterlo comprendere adeguatamente, occorre soffermarsi su due momenti fondamentali: il primo concerne la riscoperta del vero significato del peccato; il secondo proviene dal testo del vangelo di Giovanni, dove si racconta della prima effusione dello Spirito Santo sugli apostoli proprio il giorno di Pasqua. Vediamo ciascuno di questi momenti.

1 Il vero senso del peccato
 La comprensione del peccato nella sua profondità e verità è possibile se riscopriamo, a nostra volta, la realtà dell'essere figli di Dio, nati dalla sua grazia e dal suo amore infinito, viventi in stretta e vitale unione con lui.
  Il peccato, quale lontananza da Dio e dalla sua verità rivelata in Cristo, è stato totalmente e radicalmente cancellato in forza della rigenerazione compiuta dall'opera salvifica di Gesù accolta nella fede. Questa rigenerazione si è attuata in noi attraverso l'unzione, cioè al momento dell'effusione dello Spirito Santo il giorno del nostro battesimo, quando siamo diventati creature nuove, non più schiave del peccato e della morte, ma congiunti alla santità e alla vita perenne del Padre per mezzo del Figlio incarnato. Il legame di figliolanza, che unisce il cristiano a Dio suo Padre, definisce la sua situazione d'impeccabilità, perché nessuno lo può separare dalla comunione divina. Neanche i peccati, che si riaffacciano nell'esistenza quotidiana, hanno il potere d'infrangere quell'unione, perché, una volta riconosciuti, essi sono immediatamente purificati proprio dal rapporto di comunione filiale con Dio Padre nel Figlio suo Gesù. Questa comunione è attuata ed espressa dalla persona dello Spirito Santo che inserisce il cristiano nell'amore reciproco tra il Padre e il Figlio e lo rende partecipe di quest'amore dolcissimo e profondo.
 Il peccato, in senso pieno e radicale, consiste precisamente nel rompere il rapporto d'unione con Dio, d'infrangere il rapporto filiale. Si capisce così il senso drammatico del peccato, quale stato fondamentale di rifiuto e d'opposizione alla comunione d'amore con il Padre celeste. Il peccato, così inteso, costituisce l'unico potere che può schiantare il vincolo vitale con Dio, perché distrugge propriamente il collegamento filiale e amoroso con il Padre. Il peccato si pone esplicitamente fuori dell'area benefica dell'amore divino. Questo peccato va fuggito e combattuto, poiché, più spesso di quello che si possa pensare, si annida nel cuore umano, lo inaridisce, lo insuperbisce, lo appesantisce e, infine, lo chiude alla verità salvifica. La vita cristiana diventa abitudinaria, ripetitiva, perdendo di gioia e di slancio. Occorre intenerire il cuore pietrificato e ricuperare l'atteggiamento filiale e fiducioso verso il Padre, la propria disponibilità di fede e d'amore nei confronti di Dio e dei fratelli. Occorre riscoprire il nostro essere figli amati dal Padre, risentire i benefici influssi della sua misericordia infinita che spinge l'uomo alla conversione, ogni volta con sempre maggiore entusiasmo e umiltà .
 Proprio lo Spirito Santo, l'abbraccio d'amore tra il Padre e il Figlio, sta lì pronto per offrirci la forza e il coraggio di ritrovare sempre la comunione filiale e l'abbandono tra le braccia del Padre, similmente a Cristo, per capire che solo il suo amore paterno, la sua verità, la sua vita riescono a dare pienezza e felicità all'esistenza umana. Lo Spirito ci fa capire la terribile e tenebrosa realtà del peccato, quale mancanza d'amore e di pace, per renderci pronti ad accogliere la divina e risanatrice misericordia divina.

2 Il giorno di Pasqua (Gv 20,19-23)
 «La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù e stette in mezzo a loro». L'evangelista ci tiene a sottolineare il tempo in cui Gesù appare ai discepoli: è la sera del giorno della risurrezione, il nuovo giorno che inaugura i tempi ultimi, quale superamento dell'antica legge del sabato.
 Ora questa è la sera di "quel giorno", il giorno escatologico. Di tale giorno egli aveva accennato ai suoi nella promessa del Paraclito, lo Spirito di verità, in virtù del quale essi avrebbero conosciuto la comunione di Gesù con il Padre e dei discepoli con Gesù (Gv 14,20). Quel giorno si è attuato con il giorno della risurrezione, il primo dopo il sabato. È il giorno quindi della realizzazione della promessa, il giorno in cui viene comunicato il dono dello Spirito. Gesù è in mezzo a loro nella gloria sfolgorante della risurrezione, trasfigurato nel suo corpo ricolmo di Spirito. Egli ormai è l'uomo nuovo, l'uomo datore dei beni messianici: la pace, la gioia, la remissione dei peccati, la missione, dei quali il più grande e il più significativo è il dono dello Spirito, che li contiene tutti e li riassume.
 In effetti Gesù dona anzitutto la pace, poi mostra le mani e il costato, a cui segue la gioia dei discepoli nel vedere il Signore. Riprende la comunicazione della pace, quale attuazione messianica della salvezza. Egli l'aveva promessa nella sua vita terrena (Gv 14,27; 16,33), ma ora la trasmette loro realmente. È la "sua pace", non come quella del mondo, la pace cioè che i discepoli possono avere solo da lui e in lui. Egli, il Risorto, è la vera pace, poiché dalla sue ferite scaturiscono, come da una sorgente, l'acqua e il sangue, simboli della pace o della riconciliazione degli uomini con Dio, poiché saranno loro rimessi tutti i peccati e potranno così partecipare all'eterna e definitiva alleanza che li unisce a Dio come figli al loro Padre. Gesù conferisce loro la missione, che a sua volta egli aveva ricevuto dal Padre.
 Questa missione consiste principalmente nel donare la comunione d'amore trinitario, nella quale gli uomini trovano la vera riconciliazione con il Padre e tra di loro. La remissione dei peccati è precisamente la grazia di poter attuare l'unione con Dio, al di sopra d'ogni egoismo umano, quell'unione che raggiunge la profondità del rapporto del Figlio verso il Padre nella potenza vivificante dello Spirito Santo. Per questo motivo, «alitò su di loro e disse: ricevete lo Spirito Santo». Gesù compie un gesto, quello di alitare, a cui accompagna le parole con le quali comunica lo Spirito. Il gesto unito alle parole indica l'infusione della vita. Il Risorto è colui che comunica la vita, non tanto a livello naturale o biologico, ma la vita dello Spirito, quella vita che è propria di Dio, del suo essere intimo. Essa è data dal soffio eterno che scorre continuamente e reciprocamente dal Padre al Figlio e che li rende un solo Spirito vivificante. Attraverso il dono di questo Spirito Gesù rende i discepoli e tutti i credenti in lui partecipi della medesima vita di amore e di comunione. Ciò costituisce il trionfo della grazia sul peccato.
 Lo Spirito Santo, effuso nei nostri cuori, distrugge tutto quanto si oppone alla santità e alla vita divina, ristabilendo la comunione filiale tra l'uomo e Dio, in uno strettissimo abbraccio d'amore. Pertanto egli sconfigge il peccato e ridona gioia, forza, conforto, fiducia.