La domenica, giorno del Signore Risorto
e del dono dello Spirito

Don Giancarlo Biguzzi
Aprile 2003

La domenica, giorno festivo dei cristiani fin dall'antichità
 In gran parte del mondo il giorno non lavorativo è la domenica. Fanno eccezione i Paesi musulmani che fanno festa invece al venerdì, e lo Stato d'Israele che fa festa al sabato. La festa domenicale è dunque di origine cristiana e di essa si hanno i primi accenni nei testi del Nuovo Testamento. Un primo modo con cui il Nuovo Testamento ne parla è l'espressione "il primo giorno della settimana". Negli Atti degli Apostoli (20,7) si dice che Paolo aspettò il primo giorno della settimana per unirsi alla frazione del pane (probabilmente la nostra Eucaristia) della comunità cristiana di Troade, in Asia Minore, oggi Turchia. Ancora nel "primo giorno della settimana" i cristiani di Corinto avrebbero dovuto versare il loro contributo a favore dei poveri di Gerusalemme, evidentemente durante la riunione settimanale: Paolo lo scrive loro in 1Cor 16,2. Un'altra espressione per parlare della festa domenicale è "il giorno del Signore" che si ritrova in Apocalisse 1,10: in quel giorno, Giovanni, l'autore del libro, ebbe la visione di Gesù che gli dettò un messaggio per ognuna delle sette chiese a cui l'Apocalisse è indirizzata. Anche uno scrittore pagano, Plinio il giovane, nel 112 d.C. circa, scrive che in Ponto e Bitinia, ancora in Asia Minore-Turchia, i cristiani si radunavano nel "giorno del sole", e cioè di domenica. Fra l'altro, "giorno del sole" è il nome della domenica ancora oggi sia in inglese ("Sunday") sia in tedesco ("Sonnentag").

La domenica, giorno del Signore Risorto
 Il motivo che i cristiani ebbero per trasferire la preghiera e la festa dal sabato al "primo giorno della settimana", è che proprio in quel giorno fu trovato aperto e vuoto il sepolcro di Gesù e che in quello stesso giorno il Signore Risorto apparve alle donne e ai discepoli. Per la scoperta del sepolcro aperto e vuoto si può citare l'evangelista Marco: «Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, (le donne) vennero al sepolcro al levar del sole... Guardando videro che la pietra era già rotolata via, benché fosse molto grande» ecc. (cfr. anche Mt 28,1ss; Lc 24,1ss; Gv 20,1ss). Per le apparizioni del Risorto si può citare invece Lc 24,13 che ambienta nella domenica di Pasqua il cammino di Gesù Risorto con i due discepoli di Emmaus: «Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus... Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro» ecc. (Lc 24,13ss).
 Il testo più interessante però è quello di Gv 20 perché in due domeniche successive ambienta due successive apparizioni del Risorto. La prima volta fu quella in cui mancava Tommaso che poi è divenuto simbolo dell'incredulità per aver avere detto: «Se non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mano nel suo costato, non crederò» (Gv 20,25). La seconda domenica fu quella successiva in cui Tommaso invece fu presente e quando, vinto dalla visione di Gesù, professò esemplarmente la sua fede dicendo: «Signore mio e Dio mio» (Gv 24,28). Quell'esclamazione rappresenta il vertice di tutto il vangelo giovanneo e viene proposta dall'evangelista come modello per ognuno di noi perché di domenica ripeta la stessa professione di fede in Gesù. Di fatto nella catechesi dei secoli scorsi si insegnava a dire: «Signore mio e Dio mio!» al momento della consacrazione eucaristica e dell'ostensione dell'Ostia consacrata.
 Secondo i testi del Nuovo Testamento l'azione di Gesù Risorto nel giorno di domenica è molteplice. Anzitutto deve portare i suoi discepoli alla fede pasquale: deve farli certi che egli non è rimasto nel sepolcro ma ha vinto la morte ed ora è il Vivente e il Dispensatore di vita e di risurrezione. In secondo luogo si fa presente in mezzo ai suoi discepoli e alle sue chiese per rivolgere loro la sua parola. I testi più belli al riguardo sono quello di Emmaus nel quale con la sua parola Gesù fa passare dal naufragio della fede alla fede pasquale, e quello di Apocalisse 1-3 dove Gesù rivolge in qualche modo un'omelia domenicale a ognuna delle sette chiese delle quali è addirittura dato il nome: Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia, Laodicea. E lo fa con grande aderenza alla condizione di ciascuna comunità: qualche chiesa viene elogiata, qualche altra rimproverata; tutte vengono esortate e incoraggiate, con luminose promesse, a essere perseveranti e fedeli anche fino al martirio. Un terzo scopo per cui il Risorto si fa presente è quello di consumare con i suoi discepoli un pasto che a noi deve richiamare la seconda parte della Messa, e cioè la Cena Eucaristica. Il Risorto infatti mangia insieme con i due di Emmaus e con i discepoli di Lc 24,42-43 e Gv 21,13. Come dopo la risurrezione, così ancora oggi e fino alla fine del tempo, il Risorto si fa presente ogni domenica tra i credenti nella celebrazione dell'Eucaristia ed edifica in essi la fede e la speranza con la sua parola, e la carità con l'unico pane che fa di noi «un solo corpo e un solo spirito».

La domenica, giorno del dono dello Spirito
 Un ultimo scopo della presenza domenicale di Gesù Risorto nelle nostre assemblee eucaristiche è il dono dello Spirito. Di fatto, il quarto evangelista riferisce che il Risorto, apparendo nello stesso giorno della scoperta del sepolcro vuoto, ha fatto una piccola ma importante azione simbolica. Dopo avere gonfiato le gote ha soffiato su di loro, e ha poi spiegato il suo gesto con le parole: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,23). In tal modo Gesù manteneva la promessa fatta ai discepoli secondo cui, andandosene al Padre, non li avrebbe lasciati orfani perché avrebbe mandato loro lo Spirito di verità. Sempre secondo le parole di Gesù, lo Spirito avrebbe ricordato loro tutto quello che Gesù aveva detto (14,26), che li avrebbe introdotti in tutta la verità (che è la stessa cosa, 16,13), che li avrebbe sostenuti nella battaglia contro il mondo e contro il suo principe (16,8-10), e che avrebbe rivelato loro le cose future (16,13-15): e cioè li avrebbe assistiti e illuminati a proposito delle cose, prima premature e sconosciute, che ogni epoca porta di suo sulla scena della storia. Equipaggiati con il dono grande dello Spirito, i discepoli avrebbero potuto rendere a Gesù e al suo Vangelo la loro fedele testimonianza: «Lo Spirito che procede dal Padre mi renderà testimonianza e anche voi mi renderete testimonianza» (Gv 15,26-27).
 Quanto a noi, è ancora nell'assemblea eucaristica domenicale che il dono dello Spirito si prolunga e si realizza. Non per nulla nella grande preghiera eucaristica noi chiediamo due volte il dono dello Spirito. La prima volta il sacerdote a nome di tutti chiede che scenda lo Spirito sul pane e sul vino affinché per la potenza dello Spirito quei nostri doni diventino il Corpo e il Sangue del Signore. È dunque per la potenza dello Spirito che la domenica diventa il giorno della presenza di Gesù fra di noi. Il sacerdote invoca una seconda volta il dono dello Spirito, poi, su quanti si accosteranno alla mensa eucaristica per nutrirsi del corpo e del sangue del Signore: «... e a noi che ci nutriamo del corpo e del sangue del Signore, donaci di essere un solo corpo e un solo spirito».
 In tal modo, se l'israelita fa festa al sabato per ricordare che nel settimo giorno Dio si riposò dalla prima creazione, il cristiano fa festa la domenica per ricordare la seconda creazione, cominciata con la Pasqua e con il dono dello Spirito. Di domenica la nuova creazione è donata a noi e noi dobbiamo ad essa fare spazio nella nostra vita.