«Avete ricevuto uno spirito da figli adottivi
per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre»

Don Luciano Sole
Agosto 2003

 Gesù, invocando Dio come «Padre», ha usato l'espressione «Abbà» (Mc 14,36), tipica dei bambini che chiamavano il loro babbo, manifestando così il suo rapporto confidenziale e unico con Dio, che solo il Figlio Unigenito del Padre celeste può avere. Ma ciò che più sorprende è il fatto che Cristo ha comunicato ai suoi seguaci la stessa realtà filiale, in virtù della quale possono chiamare Dio con lo stesso confidenziale appellativo. La pienezza della salvezza e della rivelazione, il centro e il fine del piano di amore di Dio per l'uomo, si realizza nel fatto che le povere creature umane, intrise di peccato e destinate alla morte, sono fatte partecipi dell'amore del Padre e immerse nella sua gloria divina quali figli adottivi.
 La figliolanza divina del cristiano, che diviene fatto oggettivo con l'invio del Figlio Unigenito nella storia, induce Dio a inviare nel cuore del credente anche lo Spirito del Figlio. Oltre allo stato di figli, Dio dona anche il carattere e il sapere di essere tali. Egli invia il Figlio affinché fossimo figli di Dio, ma il segno che siamo figli è l'invio dello Spirito di suo Figlio. Si è giunti non solo all'oggettivo essere figli, ma si è pervenuti all'esperienza, alla manifestazione soggettiva di tale figliolanza.
 La presenza dello Spirito inserisce così il cristiano nel dialogo amoroso del Padre e del Figlio, rendendolo parte viva e operante, in quanto oggetto dell'amore del Padre in qualità di figlio. Egli può comprendere sempre meglio i pensieri e i desideri del Padre, così che i progetti di Dio, il più delle volte sconosciuti, si illuminano di sapienza. Ne consegue che si vedono le cose come le vede Dio. Anche le altre persone, prima estranee o addirittura ostili, diventano oggetto del nostro amore, perché nello Spirito vengono scoperte quali creature amate dal Padre e nostre sorelle.
 Questo si rende possibile grazie all'ascolto dello Spirito, che esige momenti di silenzio interiore, in cui solo ci è dato di assaporare la Parola di Dio e di percepire la testimonianza dello Spirito, il quale non è una forza misteriosa ed esteriore che condiziona il cristiano dall'esterno, premendo sulla sua libertà nel guidarlo come marionetta, ma è Colui che suscita una vita vissuta nella libertà e nella gioia del Padre, nella sua misericordia: «Tutti coloro che sono guidati dallo Spirito, costoro sono figli di Dio» (Rm 8,14).
 Dopo aver ascoltato in profondità la testimonianza dello Spirito che ci suggerisce ciò che siamo diventati, è naturale l'esplosione di fede e di gratitudine, che è come un grido che esce dall'intimo del nostro spirito: «Abbà». Non è un grido umano, anche se avviene attraverso le labbra dell'uomo; è un grido che lo Spirito suscita in noi. È la potenza dello Spirito di Dio, che entrando nell'animo umano, lo fa degno e lo sospinge a chiamare Dio come Padre suo. Impadronitosi dei cuori, lo Spirito esprime questo suo possesso nel grido confidenziale e amoroso.
 La voce interiore dello Spirito illumina il presente in cui il cristiano vive, segnato spesso dalla sofferenza, nella quale l'affermazione dell'amore del Padre sembra una parola assurda e contraria ai fatti incresciosi. La testimonianza dello Spirito si fa così sempre più forte e consolante. Si apre per il cristiano una prospettiva escatologica, che proprio per questo non può diventare un'evasione nell'attesa di un mondo migliore. È in virtù dello Spirito presente nel cuore del cristiano reso figlio la garanzia di partecipare alla eredità futura: «E se siamo figli, siamo anche eredi, coeredi di Cristo» (Rm 8,17).
 Così l'opera di Dio ha inizio nella libera volontà del Padre; trova il compimento nell'invio del Figlio; si concretizza nell'esperienza dello Spirito, il quale testimonia la nostra realtà di figli e ci suggerisce quelle parole nelle quali gli uomini lo invocano come Padre; infine l'azione di Dio ci apre un futuro glorioso, orientandoci verso quella felicità che in parte già pregustiamo in forza della caparra e delle primizie dello Spirito.
 Se il cristiano rimane al di fuori di questa consapevolezza filiale, o la percepisce più o meno superficialmente, la sua vita religiosa diventa solo un modo esteriore di agire e non la vita nuova nella sua pienezza. Infatti la realtà filiale, portata dal Cristo e vissuta nello Spirito, non si contrappone solo ad un modo di vivere ateo e materialista, ma soprattutto ad ogni religiosità falsa e schiavizzante, determinata dal dominio della legge, la quale, pur essendo buona, è incapace di salvare. Solo con l'aiuto dello Spirito si attua la liberazione dal regime della carne, del peccato e della morte, per una vita condotta nello Spirito, affinché la giustizia della legge si adempia in noi.
 La vita nello Spirito ha come suo contrario l'esistenza segnata dalla paura, come scrive san Paolo: «Non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura» (Rm 8,15). È la paura dello schiavo, di colui che non si abbandona confidenzialmente a Dio, ma lo teme. È la paura del peccatore, di colui che si nasconde di fronte a Dio e fugge come Adamo. Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza: egli è nostro Padre, con il quale si può instaurare un rapporto di confidenza e di amore, pur nel dovuto rispetto e sottomissione.
 Questa fiducia nel Padre non ammette ombre o tentennamenti. Anzi offre una interiore serenità, che concede ardimento e sicurezza, non basati sulla natura umana, ma sull'amore che Dio ha mostrato inviando suo Figlio e lo Spirito. Chi ha conosciuto la profondità, l'immensità, l'incommensurabilità di questo amore paterno, come può dubitare di esso o temere il suo giudizio? Chi si è lasciato avvolgere e plasmare da esso, così da esserne ricolmato e rigenerato, come può mettere in dubbio la sua efficacia e pensare di non avere parte con esso? Chi non si è separato da esso, né ha seguito la menzogna, come può sentirsi turbato o smarrito davanti alla sua manifestazione ultima? L'amore del Padre, che dimora nel cristiano grazie all'azione vivificante dello Spirito, diventa una presenza vitale così intensa che nessuna potenza contraria è in grado di scalfirlo o di suscitare diffidenza nei suoi confronti.
 Per questo nell'amore di Dio, manifestato nel Figlio e reso sensibile nello Spirito, non c'è apprensione, ma abbandono e coraggio confidente. Il contrario della fiducia è precisamente la paura ansiosa di Dio, paura che viene scacciata dalla presenza rassicurante dell'amore paterno. Solo se si sente amato quale figlio adottivo il cristiano può vivere senza sgomento. Al di fuori del raggio dell'amore, il panico riaffiora sempre; la ragione ultima di ogni angoscia umana (della morte, della sofferenza, dell'insuccesso, ecc.) sta nella carenza di amore e nella trepidazione del castigo di Dio. L'uomo, privo dell'amore, vive sotto questo giogo opprimente; ogni cosa che fa o che riesce a realizzare non toglie questo peso esistenziale. Anche l'ateismo non libera l'uomo da questo dramma. Solo la certezza di essere figli amati dona fiducia e sicurezza, fa vivere sereni, gioiosi, veramente liberi.
 Nasce così una vita vissuta nell'amore pieno, in grande serenità e libertà interiore, senza più l'affanno e l'oppressione del timore del castigo di Dio. Si inaugura un modo di vivere al cospetto di Dio secondo una nuova dimensione, quella del figlio che ha conosciuto e sperimentato l'amore infinito del Padre e intorno a questo amore non pone più alcun dubbio; in esso si abbandona e vive felice.