La comunione dello Spirito Santo nella Chiesa
Card. Tomás Spidlík S.J.
Dicembre 2003

 Il Credo che recitiamo unisce i due articoli di fede: «Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica». Durante la sua vita terrestre Gesù univa i discepoli insieme con la forza della sua personalità. Asceso al cielo egli invia a loro il suo Spirito "vivificante" che li unisce in un solo "corpo mistico". Per questo motivo i teologi chiamano volentieri lo Spirito "anima della Chiesa". San Ireneo ricorda l'analogia con la creazione del primo uomo: «Si vede, infatti, come la Chiesa riceve il dono divino in modo simile a come Dio ha soffiato il suo spirito nella carne (di Adamo) per dare la vita a tutti i suoi membri... Allora dove è la Chiesa ivi è lo Spirito di Dio e dove è lo Spirito di Dio ivi è la Chiesa e tutta la sua grazia».
 Questa conclusione segue anche dall'antropologia che è insegnata da Ireneo. Egli si chiede chi può essere chiamato "spirituale" nel senso cristiano. L'uomo spirituale, dice, è composto da tre elementi: dalla carne, dall'anima e dallo Spirito Santo, il quale è come se fosse "anima della nostra anima". I corpi umani sono diversi, diverse sono anche le anime dei singoli, ma lo Spirito che è in tutti è uno solo. Egli è, quindi, anima comune di tutti coloro che si possono dire spirituali. Quando l'anima si separa dal corpo, l'uomo muore. Similmente sarebbe senza vita la Chiesa, se si separasse dallo Spirito. Scrive san Giovanni Crisostomo: «Se lo Spirito non fosse in mezzo ad essa, la Chiesa non esisterebbe; e al contrario, se essa esiste ciò è segno chiaro della presenza dello Spirito».
 Sappiamo che grande bene è l'unità. Perciò nella storia dell'umanità, e anche nel tempo presente, notiamo diversissimi tentativi di raggiungerla, seguiti prima o dopo con fallimenti talvolta tragici. Alle crisi di questo genere è sottoposta anche la Chiesa cattolica nel suo aspetto esterno di società organizzata. Quando, ad esempio, nel IV secolo, i cristiani uscirono dalle catacombe e lo Stato stesso diventò cristiano, la nuova situazione apparve come una enorme vittoria. Ma presto si notò l'aspetto negativo della libertà acquisita. Nacquero divisioni, conflitti, separazioni. San Basilio Magno, che in quel tempo divenne vescovo in Cappadocia, cominciò a spaventarsi osservando questa decadenza. Confronta la Chiesa del suo tempo con quella nascente a Gerusalemme. Di essa si legge negli Atti degli Apostoli che la comunità dei fedeli aveva «un cuore solo e un'anima sola» (4,32). Basilio si è chiesto come potevano raggiungere questi ideali gli uomini provenienti dagli ambienti tanto diversi e aventi le mentalità differenti. Vi vede il miracolo dello Spirito Santo. Per mostrare che questo ideale è sempre raggiungibile, egli fondò le fraternità monastiche degli uomini spirituali, che sarebbero come una piccola Chiesa, esempio per la Chiesa universale.
 Però il problema non appariva così semplice. Il primo motivo che spingeva gli uomini alla vita monastica era la fuga dal mondo, dalla società umana, il desiderio essere «solo con Dio solo». Sant'Arsenio viveva nella corte imperiale di Costantinopoli, ma sentì la vanità delle relazioni mondane, chiese a Dio la retta strada per salvare l'anima propria e udì dal cielo i tre celebri consigli: «Fuggi, taci, sta' in pace». Per aver messo in pratica queste parole, in forma che parve esagerata agli stessi monaci del deserto, venne dolcemente rimproverato: «Perché ci eviti?». Ma Arsenio ribadì: «Dio sa che vi amo, ma non posso stare insieme con Dio e con gli uomini..., hanno i voleri troppo molteplici». Lo sapeva anche san Basilio e all'inizio fuggì nella solitudine anche lui per trovare la pace. Ma ben presto sentì che questa soluzione non era la sua vocazione. L'uomo è un essere sociale, inoltre la solitudine è opposta alla legge della carità predicata nel vangelo.
 Come risolvere la difficoltà: vivere con gli altri e nello stesso tempo vivere in pace e pregare? Gli sembrò di capire che vi era una condizione indispensabile: «Bisogna vivere coi fratelli che sono un'anima sola». Se manca questa unanimità di pensiero e l'unione dei voleri, la vita con gli altri può essere una tentazione continua e un disturbo. Il compito della Chiesa è quindi quello di creare una società tale che garantisca l'unanimità e la pace. Tale era stata la Chiesa nascente di Gerusalemme. Erano forse tutti uguali? In nessun modo. Nota Basilio: Vi erano cinquemila persone e di provenienza così varie che dal punto di vista umano avrebbero dovuto essere nativamente disposte ad ostacolare piuttosto che a favorire la piena unione dei cuori. La loro unione era un vero miracolo dello Spirito Santo. E tale miracolo si ripete sempre nella vita della Chiesa, realizzando la preghiera di Gesù: «Perché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola» (Gv 17,21). Nella comunione della Chiesa si ammira quindi un'immagine esterna dell'interna vita di Dio, dell'unione vigente tra le Persone divine.
 Questa riflessione è sommamente attuale nella società di oggi. Vi notiamo due fenomeni opposti. Da una parte la gente si concentra nelle grandi città, sorgono le grandi organizzazioni internazionali; ma dall'altra parte in mezzo a tante folle una persona si sente disperatamente sola, incompresa e abbandonata dagli altri. Mai come oggi ci rendiamo conto che il problema non lo risolveranno né politici, né psicologi, né sindacalisti. La preghiera «Vieni Santo Spirito» acquista l'applicazione sociologica nei nostri tempi.
 La situazione sembrava molto simile anche all'inizio del secolo XIX quando si formavano i nuovi blocchi statali in Europa e l'illuminismo prometteva di risolvere i problemi umani con le scienze. Allora in quel tempo un grande teologo laico russo A. S. Chomiakov scrive: «La verità non si trova se non là dove è la santità immacolata, cioè nella totalità della Chiesa universale. Essa è manifestazione dello Spirito divino nell'umanità». L'uomo individuale si perde, si può salvare solo nell'unione santa di tutti i fedeli insieme. «L'ignoranza e il peccato appartengono all'individuo, l'intelligenza spirituale e la carità perfetta appartengono ai membri della Chiesa... La Chiesa santa e immortale, tabernacolo vivente dello Spirito divino, portando nel suo seno Cristo, suo Salvatore e suo Capo, unita a Lui con legami più intimi che la parola può esprimere e lo spirito possa concepire, la Chiesa sola ha il diritto di contemplare la maestà celeste e di penetrare i suoi misteri». Si sa che il pensiero di questo teologo laico ebbe influenza anche nelle discussioni del Concilio Vaticano II e in particolare sul termine di "collegialità della Chiesa".
 Ma con questa insistenza sulla necessità della Chiesa per risolvere i problemi umani si vorrebbe forse insinuare che gli altri sforzi sono inutili? In nessun modo; ne fu convinto proprio il Vaticano II quando parla dell'atteggiamento della Chiesa verso lo Stato ed altre istituzioni civili che sono organizzate in modo profano. Il Concilio stabilisce che la Chiesa apprezza il loro lavoro positivo e si sente in dovere di aiutarli. Per questo motivo essa prende parte nell'attività delle grandi organizzazioni nazionali e internazionali (ONU, UNESCO, FAO, ecc.). Pur riconoscendo la loro autonomia, da parte sua essa è consapevole di poter portare al loro sforzo un contributo suo: l'aspetto spirituale. Lo fa con le sue preghiere e anche con i suoi ammonimenti, quando le considerazioni profane scivolano nelle conclusioni contrarie alle legge di Dio.
 In concreto lo si nota nella questione delle Nazioni Unite di fare un elenco dei "diritti naturali" dell'uomo, che siano rispettati da tutti i popoli. Qui i cristiani sentono il dovere di chiarire sin dall'inizio l'equivoco della voce "natura". Il termine si può comprendere come la cosiddetta "natura pura", cioè come realtà puramente umana senza alcuna relazione con Dio. Ma questa non può essere la concezione cristiana. La parola natura viene da "nascere" e la nascita del primo uomo è la creazione. Sappiamo che il primo uomo fu creato nella relazione con Dio, con la grazia dello Spirito Santo. I veri "diritti naturali" sono quindi quelli che tengono conto con questa realtà "soprannaturale" che si vive nella Chiesa. Essa è quindi chiamata ad alzare la sua voce ovunque si tratta di salvare i valori spirituali in mezzo alla veloce evoluzione tecnica e nella secolarizzazione.
 Ciò però suppone che noi stessi cristiani non consideriamo la Chiesa al pari delle altre società profane. Nella legislazione dei diversi Stati la Chiesa è registrata come una società di beneficenza e perciò gode di certi privilegi. Dal punto di vista di convivenza con gli altri è una soluzione adatta alla situazione dei nostri tempi. Ma è solo un aspetto parziale dell'attività esterna. La vera "beneficenza" che la Chiesa offre alla società civile è il medicamento contro la malattia spirituale degli uomini di oggi che è l'ateismo, inteso come cecità per l'opera di Dio nel mondo. Questo medicamento è la grazia dello Spirito Santo che vivifica la Chiesa e che essa vuol dare agli altri come mezzo vivificante per la salvezza universale del mondo. In uno dei suoi ultimi discorsi prima di morire, il beato Papa Giovanni XXIII interpretava il testo del vangelo «Perché tutti siano una sola cosa» affermando: «È l'ultimo mandato di Gesù, ognuno quindi esamini la sua coscienza a questo proposito. E le Chiese particolari, anche se difendono i loro costumi e riti propri, devono tener ferma la coscienza dell'unità universale in uno Spirito Santo».