«Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito»
Don Luciano Sole
Giugno 2004

 Nei discorsi di addio, Gesù, intrattenendosi con i suoi intimi amici prima della sua passione, promette loro a più riprese il dono dello Spirito Paraclito. Soltanto negli scritti giovannei è usato questo termine, che letteralmente significa "colui che è invocato" (da para-kalein = chiamare presso). Esso rimanda al contesto giuridico, dove il difensore interviene per proteggere il condannato. La sua funzione quindi è quella dell'avvocato, che soccorre e intercede l'assistito, o, in alcuni casi, conforta e consola. Da qui il nome di Consolatore, come compare nella Bibbia CEI.
 Nella prima Lettera di Giovanni, il Paraclito (2,1) è Gesù Glorificato, sommo sacerdote alla destra del Padre nel tempio celeste. In lui si posa tutta la nostra fiducia, in quanto egli è anche "vittima" per i nostri peccati. Tutto ciò che egli ha realizzato in terra, diventa in cielo preghiera d'intercessione al Padre per il bene dei cristiani e di tutta l'umanità bisognosa di salvezza. Possiamo così avere fiducia, in quanto abbiamo un "avvocato celeste", che presso il tribunale di Dio media a nostro favore. Tuttavia l'azione di Cristo, che si svolge in cielo, può sembrare estranea all'esistenza terrena dei cristiani, i quali possono sentirsi orfani e abbandonati. Per questo Gesù, nei discorsi di addio, rassicura i suoi che non li lascerà, anzi ritornerà per abitare in loro. Il ritorno di Cristo sarà inteso dall'evangelista Giovanni come una presenza spirituale e interiore, tramite appunto l'invio dello Spirito, indicato anch'esso con il termine Paraclito. La sua funzione di soccorrere i credenti che vivono nel mondo si articola nell'insegnare al loro cuore quella verità che essi hanno appreso da Cristo; nel testimoniare a favore di Gesù, affinché essi possano testimoniarlo pubblicamente al mondo; infine nell'accusare il mondo di peccato, e ciò viene fatto in un particolare e suggestivo tribunale, il cuore del credente.
 Per comprendere ciò che lo Spirito compie, è bene indagare su ognuna delle cinque promesse di Gesù circa la presenza del Consolatore. La prima (14,16-17) sottolinea l'invio dello Spirito da parte del Padre per intercessione di Gesù, il quale lo indica come "un altro Paraclito" (Gv 14,16), per indicare che il primo Paraclito è lui stesso e che l'azione dello Spirito Santo sarà simile e in continuazione con la sua. Questa presenza non risulta passeggera o momentanea, riservata in particolari situazioni, ma sarà un "rimanere per sempre", una dimora stabile. L'autore afferma inoltre che il mondo è incapace di riceverlo. Il temine "mondo" non allude all'umanità bisognosa di redenzione, ma sottintende la presenza di persone ottuse e incredule, che si pongono in opposizione esplicita e radicale alla salvezza di Gesù. Queste non possono ricevere lo Spirito, perché non si trovano nelle disposizioni adatte ad accoglierlo, in quanto non sono riuscite a percepirlo presente nell'opera terrena di Cristo e soprattutto nel suo insegnamento. Al contrario la condizione per ricevere lo Spirito è la disponibilità di fede in Gesù di Nazaret, quella che si trova nei discepoli, anche se alle volte essa risulta debole, fragile o immatura. Sarà lo Spirito a portarla a perfezione. I cristiani sono idonei a ricevere quest'altro Paraclito in quanto hanno saputo riconoscere lo Spirito "presso di loro", cioè nella persona del primo Paraclito, in Gesù e nella sua verità. Lo Spirito, che nella vicenda terrena di Gesù era in lui, ora rimarrà "con loro", nel senso che verrà ad assisterli; e perfino sarà "in loro" in quanto verrà nei loro cuori, per illuminarne l'intelligenza e sostenerne la volontà.
 Le seconda promessa (14,26) riguarda la funzione di insegnamento che il Paraclito, mandato dal Padre nel Nome di Gesù, svolge nell'animo del credente. La sua dottrina sarà quella di far conoscere il vero Nome di Gesù, cioè condurre il credente alla comprensione del mistero di Cristo, quale Figlio Unigenito, affinché in lui si veda il Padre e se ne scopra l'amore sconfinato. L'insegnamento interiore dello Spirito conduce a penetrare in ciò che Gesù aveva detto e fatto pubblicamente, perché non rimanga esteriore o alieno, ma diventi "acqua viva" gustata nell'intimo dell'animo umano. Il compito del Paraclito è quello di "far ricordare" le parole dette da Gesù, perché non vengano perse o dimenticate, e così sostituite con altri insegnamenti mondani o fuorvianti. Egli fa ritornare la Chiesa a rimanere fedele all'insegnamento dell'unico Maestro; la tiene legata perché non fugga da quella verità, che, sebbene lontana dal pensiero del mondo, tuttavia è ricca di potenzialità nascoste o velate.
 La terza promessa (15,26-27) evidenzia la funzione di testimonianza che lo Spirito svolge nel "grande processo" che il mondo ha intentato contro Gesù. In questo scontro, che perdura nel tempo e sempre si ripropone, sembra che Gesù sia il condannato perché colpevole. Lo Spirito dovrà così svolgere la funzione di avvocato difensore nei suoi confronti, affinché i discepoli non rimangano disorientati dal dubbio e dallo scoraggiamento, con il rischio della defezione dalla fede. Il Paraclito, agendo nel cuore dei discepoli, deporrà a favore del messaggio evangelico, per renderli testimoni davanti al mondo ostile. Si danno così due testimonianze a favore di Cristo: l'una interiore nell'animo dei credenti da parte dello Spirito, e l'altra pubblica da parte dei discepoli presso gli uomini. I credenti potranno così affrontare la persecuzione degli ambienti ostili non solo perché hanno conosciuto personalmente il Cristo e lo hanno seguito fin dal principio, ma anche perché sono irrobustiti interiormente dallo Spirito, che non li abbandona nei momenti di lotta e di odio.
 La quarta promessa (16,7-11) ritorna sulla tematica precedente, in quanto il Paraclito "confermerà la colpevolezza del mondo" nell'animo del credente. Lo Spirito non solo difenderà Cristo, ma farà vedere il male presente nel mondo in una triplice dimensione: «quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio». Lo Spirito farà comprendere che la mancanza di fede in Cristo è l'essenza del peccato, come, al contrario, la vera opera che Dio desidera dall'uomo è credere in colui che egli ha mandato (Gv 6,29). Rifiutare il Figlio, quale espressione dell'amore del Padre, è veramente il grave peccato, che non permette a Dio di portare la sua salvezza all'uomo peccatore. Rifiutando colui che può perdonare, di fatto si rimane schiavi dei peccati. Inoltre lo Spirito fa comprendere la giustizia trionfante di Cristo esaltato. Il mondo incredulo pensa di aver giustiziato Gesù condannandolo a morte come malfattore, sbarazzandosi di quell'individuo pericoloso; al contrario lo Spirito fa comprendere che quella morte ignominiosa non è altro che il ritorno nella gloria del Padre. Lo Spirito di verità infine mette in luce il giudizio definitivo, quale conclusione del grande processo; ciò vale soprattutto per il principe di questo mondo, ormai annientato dalla croce di Cristo. Colui che sembra sconfitto perché messo a morte, di fatto diventa colui che è innalzato a giudice universale, quale re sovrano che dall'alto del patibolo spodesta colui che pensa di governare il mondo, Satana.
 La quinta e ultima promessa del Paraclito (16,12-15) riprende le tematiche della seconda. I discepoli, incapaci di portare il peso dell'insegnamento di Cristo, hanno bisogno dell'assistenza dello Spirito che ne fa comprendere la verità. Egli si presenta come lo "svelatore", come la luce che illumina pienamente il volto di Gesù quale Figlio, che riflette il volto del Padre: questa è la verità tutta intera. Il Paraclito può insegnare e testimoniare perché è Colui che ascolta il colloquio di amore tra il Padre e il Figlio. Egli "annuncerà le cose future", in quanto dà ai discepoli l'intelligenza dell'ordine escatologico iniziato con la morte e risurrezione di Cristo. Cioè ci fa distinguere nel presente della storia ciò che rimane per sempre (il futuro) da ciò che è passeggero e futile.