«Implorai e venne in me lo Spirito della Sapienza»
Don Luciano Sole
Agosto 2004

 L'autore alessandrino del Libro della Sapienza o Sapienza di Salomone intende, con la sua opera, fare l'elogio della Sapienza e la identifica con lo Spirito di Dio. Infatti nell'esporre la sua natura (7,22ss), egli la presenta come abitata dallo Spirito per evidenziare la sua purezza assoluta e l'agilità perfetta, tanto che essa può penetrare in ogni cosa (7,24). Perciò la Sapienza si mostra come realtà essenzialmente spirituale, come presenza attiva di Dio nel mondo e negli uomini docili alle sue movenze. Lo Spirito che inabita nella Sapienza è colto nella sua pienezza e perfezione, poiché è qualificato con 21 attributi, risultato della moltiplicazione di due numeri perfetti: 3 e 7. Tra gli attributi va segnalato quello centrale, l'undicesimo: «amante del bene», a cui corrispondono altre due qualifiche: «benefico» e «amico dell'uomo». Pertanto colui che possiede lo Spirito e segue la Sapienza divina viene istruito ed educato all'amore verso gli uomini a imitazione di Dio, di cui si afferma: «Tu (Dio) hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi; non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento. Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato» (11,23-24).
 Nell'accostare lo Spirito alla Sapienza, l'autore colloca quest'ultima nella sfera del divino, non riducendola a capacità umana o profana di affrontare la vita, quale arte del vivere, esperienza critica della realtà, abilità per sfidare l'esistenza con tutti i suoi risvolti e problemi connessi. Molto più in alto egli pensa la Sapienza, cioè quale «emanazione» di Dio, «effluvio», «riflesso», «specchio», «immagine» della bontà del Signore (7,25-26). Dalla sua origine divina ne consegue la sua azione nel mondo e nella storia degli uomini, superiore alla stessa luce del sole, poiché a questa subentrano le tenebre, mentre essa non viene mai meno e «governa con bontà eccellente ogni cosa» (7,29ss).
 Collocata nell'ambito divino, quale suo Spirito, la Sapienza va soprattutto chiesta nella preghiera ed accettata come dono. Infatti al cap. 9 del libro biblico viene messa sulla bocca del re Salomone, il saggio per eccellenza della tradizione ebraica, la preghiera per ottenerla. Questo dono è necessario alla creatura umana, poiché «anche il più perfetto tra gli uomini, mancandogli la Sapienza, sarebbe stimato un nulla». Essa non proviene certo dalla realtà naturale, in quanto non è un dono congenito (7,1-6), né si identifica con la perfezione umana (8,19-20), ma va chiesta al Signore per realizzare la vocazione umana e la missione particolare. L'autore biblico tiene ad evidenziare che è fuori della portata umana conoscere i disegni di Dio: «Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?» (9,13). Se all'uomo riesce difficile cogliere le realtà che sono alla sua portata, arduo sembra per lui penetrare nei misteriosi pensieri e progetti di Dio, entrare nelle cose meravigliose del cielo, servendosi soltanto delle capacità umane. Per questo l'autore conclude domandandosi: «Chi ha conosciuto il tuo pensiero, se non gli hai concesso la Sapienza e non gli hai inviato il tuo santo Spirito dall'alto?» (9,17). Per un ebreo il pensiero divino viene espresso nella Legge; ma sembra che lo scrittore voglia insinuare l'idea che perfino la Legge divina non è conoscibile dall'uomo se gli viene a mancare lo Spirito, ovvero la Sapienza. Grazie a questo dono, che non proviene dalla carne, ma «dall'alto», la creatura umana, «debole e di vita breve», è posta nella condizione di conoscere e osservare la Legge, come aveva già affermato il profeta Ezechiele (36,27).
 Se la Sapienza quale Spirito si presenta come dono, tuttavia spetta all'uomo domandarla con insistenza, desiderarla più di ogni altro bene, cercarla con amore preferenziale: «La preferii a scettri e a troni», dice il re Salomone (7,8). Tutto ciò che l'uomo può desiderare risulta ben poca cosa rispetto ad essa: «Se la ricchezza è un bene desiderabile in vita, quale ricchezza è più grande della Sapienza» (7,5). La ricchezza, il potere, perfino la salute o la bellezza non riescono a starle alla pari (7,8-10). Fortunato è chi la possiede, per questo il re Salomone desidera prenderla per sposa, a compagna della sua vita (8,2ss), «perché la sua compagnia non dà amarezza, né dolore la sua convivenza, ma contentezza e gioia» (8,16).
 La ricerca della Sapienza non appare cosa ardua o faticosa per l'uomo, che la può facilmente trovare, a condizione che la desideri (6,12). Essa stessa previene quanti la bramano, va loro incontro con sollecitudine (6,13.16). L'autore la immagina come una persona che sta seduta alla porta di un uomo che si alza di buon mattino per scovarla. Si vede come non debba fare molti sacrifici o lunghi percorsi per incontrarla. È là sulla soglia ad attenderlo.
 Poiché l'autore ha identificato la Sapienza allo Spirito penetrante e sottile, egli può così riflettere sulla sua attività nell'animo umano. Essa non è soltanto presso il trono di Dio, nella sfera trascendente, ma la si ritrova anche nel cuore dell'uomo, nell'ambito immanente, purché questi non la rifiuti. Infatti «la Sapienza non entra in un animo che opera il male, né abita in un corpo schiavo del peccato. Il santo Spirito che ammaestra rifugge dalla finzione; se ne sta lontano dai discorsi insensati; è cacciato al sopraggiungere dell'ingiustizia» (1,4-5). Qualora trovi animi disponibili, «la Sapienza è uno Spirito amico degli uomini» (1,6) e, «entrando nelle anime sante, forma amici di Dio e profeti» (7,27). Così essi sono resi capaci di intima comunione con Dio e idonei ad intenderne i consigli e a interpretare la sua volontà per i loro simili. Qualora gli esseri umani intraprendano percorsi non conformi alla volontà del Signore, la Sapienza, ricca del soffio divino, opera in questi una correzione morale; è suo compito infatti mostrare il retto cammino e incitare a seguirlo, facendosi maestra e guida: «Così furono raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra; gli uomini furono ammaestrati in ciò che ti (= a Dio) è gradito; essi furono salvati per mezzo della Sapienza» (9,18).
 Essa entra anche nelle realtà più profonde dell'animo umano, a tal punto che i pensieri e i propositi perversi la allontanano immediatamente, in quanto essa possiede quello Spirito che «riempie l'universo e, abbracciando ogni cosa, conosce ogni voce» (1,7). Lo Spirito non può non conoscere, essendo esso stesso quel principio che dà coesione e tiene insieme e in armonia ogni cosa. La voce è ciò che rivela e manifesta, di un essere, tanto l'esistenza quanto i movimenti più intimi. Lo Spirito del Signore, che chiama all'esistenza e fa sì che tutte le cose sussistano nell'unità e nell'armonia, come potrebbe ignorare i sentimenti e i pensieri dell'uomo? Pertanto lo Spirito del Signore conosce ogni cosa, perché è dentro ad ogni creatura, la possiede e la ricopre di luce. Nulla sfugge a questo sguardo divino, nulla è nascosto a questo orecchio penetrante.
 La Sapienza fugge da parole menzognere e segrete, da ragionamenti tortuosi, da parole che mettono alla prova la bontà del Signore, da propositi empi (cap. 1); al contrario essa rende l'uomo capace di esporre dottrine sagaci. Afferma il saggio re Salomone: «Se tacerò, resteranno in attesa; se parlerò, mi presteranno attenzione; se prolungherò il discorso, si porranno la mano alla bocca».
 In forza di questo dono, l'autore del libro biblico sottolinea in molti suoi passi che la Sapienza non solo libera dai mali, ma conduce all'incorruttibilità e immortalità che fa stare vicino a Dio, al quale va questa preghiera: «Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l'avessi chiamata all'esistenza? Tu risparmi tutte le cose, perché tutte sono tue, Signore, amante della vita, poiché il tuo Spirito incorruttibile è in tutte le cose» (11,25-12,1). Che venga in ognuno di noi questo Spirito sapiente.