L'invocazione dello Spirito Santo
sulle offerte per il Sacrificio

Card. Tomás Spidlík, S.I.
Agosto 2005

 La preghiera è una elevazione dello spirito verso Dio, un dialogo con Dio Padre, una domanda rivolta a lui. Per essere esaudita, deve essere fatta in nome di Cristo. Ma non potrebbe essere cristologica senza lo Spirito Santo, che è «lo Spirito di filiazione che grida nei nostri cuori "Abba, Padre"» (Rm 8,15). Secondo la bella espressione di un autore spirituale russo, Teofane il Recluso, la preghiera è la «respirazione dello Spirito Santo». Parlare a Dio è una sorta di ispirazione, perché l'uomo nella preghiera è «condotto dallo Spirito di Dio».
 Poiché si fa nello Spirito, ogni preghiera suppone la sua invocazione, in greco epiclesis, o implicita o esplicita. Dal rito latino ci è familiare l'inno Veni Creator Spiritus. Nel rito bizantino gli uffici divini sono introdotti dalla seguente preghiera: «Re celeste, Paraclito, Spirito della verità, tu che ovunque sei e tutto riempi, vieni e poni in noi la tua dimora, purificaci da ogni macchia e salva, o buono, le anime nostre».
 Per questo motivo nessuno può dubitare del fatto che nelle preghiere sacramentali e soprattutto nella preghiera eucaristica deve intervenire la forza dello Spirito. Se l'invocazione dello Spirito è particolarmente sviluppata nelle liturgie orientali, è perché gli scrittori ecclesiastici hanno sottolineato volentieri il parallelismo dell'incarnazione di Cristo e della consacrazione del pane e del vino, l'uno e l'altro operati in virtù dello Spirito Santo. In questo modo la consacrazione è attribuita alle tre persone divine: al Padre, in quanto è opera della potenza divina; ma è il sacerdozio del Figlio a rinnovare sull'altare il mistero del Cenacolo; questo mistero infine è, ad un titolo speciale, opera dello Spirito Santo, al quale è attribuita ogni azione santificatrice.
 Al di fuori della Messa la parola epiclesis è talvolta utilizzata per designare tutti i riti sacri. Scrive un teologo della Chiesa orientale: «Tutti i sacramenti e riti ecclesiastici sono allo stesso modo professione nello Spirito. Nelle collette e nelle preghiere si invoca il Paraclito perché discenda e compia sia la benedizione del fonte battesimale o dell'olio dei malati, sia l'incoronazione degli sposi nel matrimonio, ecc.».
 Nella Messa in rito bizantino lo Spirito Santo è invocato immediatamente dopo le parole di Cristo «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue». Parecchi autori ortodossi insegnano che la consacrazione dei doni si effettua solo dopo questa invocazione, perciò è seguita dall'adorazione, talvolta molto solenne. Nel passato si rilevò che, poiché nei riti della Chiesa occidentale l'epiclesis era assente, la consacrazione stessa sarebbe stata invalida. La risposta a questa obiezione non è difficile. Abbiamo già detto che in modo implicito lo Spirito è invocato in ogni preghiera. A ciò, in questo caso, si aggiunge il fatto che anche il rito latino pratica l'epiclesis nel Canone Romano, con la preghiera che comincia con le parole Quam oblatiónem (Santifica, o Dio, questa offerta...). Una seconda epiclesis viene praticata dopo la consacrazione delle offerte del Pane e del Vino con la preghiera Supplices... (Ti supplichiamo Dio onnipotente...).
 Confrontiamo, quindi, i testi. Nel rito bizantino si prega: «Ancora ti offriamo questo culto spirituale e incruento, ti preghiamo e ti supplichiamo: manda il tuo Santo Spirito sovra di noi e sovra questi doni posti qui sull'altare. E fa' di questo pane il prezioso corpo del tuo Cristo, e di ciò che è in questo calice, il prezioso sangue del tuo Figlio, trasmutandoli per virtù del tuo Santo Spirito».
 A ciò i russi aggiungono all'inizio tre volte: «Signore, che alla Terza Ora hai inviato ai tuoi Apostoli il tuo Santo Spirito, non toglierlo da noi, o Buono, ma rinnova noi che preghiamo». Il diacono risponde: 1) «Un nuovo cuore in me crea, o Dio, un fermo e santo spirito in me rinnova», 2) «Non respingermi dal tuo cospetto, non ritogliermi il tuo Spirito Santo», 3) «Amen, amen, amen».
 Nel rito latino: «Santifica, o Dio, questa offerta con la potenza della tua benedizione, e degnati di accettarla a nostro favore, in sacrificio spirituale e perfetto, perché diventi per noi il corpo e il sangue del tuo amatissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo».
 Dopo la consacrazione: «Ti supplichiamo, Dio onnipotente: fa' che questa offerta, per le mani del tuo angelo santo, sia portata sull'altare del cielo davanti alla tua maestà divina, perché su tutti noi che partecipiamo di questo altare, comunicando al santo mistero del corpo e del sangue del tuo Figlio, scenda la pienezza di ogni grazia e benedizione del cielo».
 Anche se non c'è esplicitamente la parola "Spirito Santo" in queste due ultime preghiere, esso è tuttavia indicato con parole analoghe.
Che posto occupa il presbitero nella consacrazione eucaristica?
 In primo luogo dobbiamo accettare la priorità divina in tutti i sacramenti della Chiesa, la forza dello Spirito Santo che viene dall'alto. Il sacerdote è soltanto il suo mediatore. Ma dobbiamo anche considerare il modo nel quale lo Spirito scende sugli uomini. Non rimane esterno, s'identifica con loro, nel suo modo, fa parte dell'identità umana. La tradizione orientale lo insegna parlando della tricotomia, secondo la quale l'uomo spirituale è composto da tre elementi: dal corpo, dall'anima e dallo Spirito, o come dice san Basilio, lo Spirito è come se fosse la nostra "forma", altri dicono "l'anima della nostra anima". Ogni azione umana, per essere spirituale, si comprende come synergeia, collaborazione intima con lo Spirito.
 In questo contesto si comprende più facilmente la forza del sacerdozio ministeriale. Quando il sacerdote dice, durante la Messa «Questo è il mio corpo», queste parole non sono parole puramente umane. Nella Messa il prete è l'immagine di Cristo, un "altro Cristo", dice san Giovanni Crisostomo. Per mezzo di lui, che esprime la preghiera del popolo e rappresenta per il popolo il segno di Cristo, nostro unico sommo sacerdote, si compie l'eucaristia. Egli pronuncia le parole dette durante l'Ultima Cena, in unione con Lui. Si tratta quindi di parole dette in Cristo e con Cristo, nella forza dello Spirito. La Sua presenza è dinamica, vivificante, trasformante, santificante. Il Concilio Vaticano II avverte che il sacerdozio cattolico si deve comprendere in relazione alla Chiesa e per la Chiesa, mediatrice dello Spirito in primo luogo per mezzo della preghiera. Essa dà la grazia tramite i sacerdoti dai quali esige come minimo la conoscenza piena di ciò che essi ricevono con la grazia sacerdotale e il suo scopo: trasformare e santificare il mondo. E se uno ci chiede: chi consacra il pane e il vino durante la Messa, il sacerdote o lo Spirito Santo? Rispondiamo che lo fanno ambedue inseparabilmente.
 Nell'eucaristia, il pane e il vino sono offerti come simbolo di tutta la vita cosmica e del lavoro umano, ma divengono il "Pane vivo" e il "Sangue vivificante", perché in essi la vita divina permea la terra e l'umanità. Cristo, con la sua morte e la sua risurrezione, ha fatto passare l'universo nella gloria. Nell'eucaristia ci viene offerto questo nuovo modo di essere della creazione, questo modo trasfigurato, perché anche noi possiamo unirci a questa opera di risurrezione e glorificazione.
 La stessa idea è espressa nella tradizione iconografica orientale nell'immagine dell'ascensione di Gesù al cielo. Vi si osserva Cristo elevato sopra la terra, dove rimangono i suoi apostoli, in mezzo ai quali sta la Madre di Dio, in forma orante. Essa invoca la venuta dello Spirito Santo, e la sua preghiera è esaudita molto presto, nella Pentecoste. Ma contemporaneamente Maria, simbolo della Chiesa, invoca la seconda venuta di Gesù sulla terra, nel senso in cui lo leggiamo nell'ultimo passo della Sacra Scrittura, nel libro dell'Apocalisse: «Sì, verrò presto. Amen. Vieni, Signore Gesù!» (22,20).