Lo Spirito Santo nella risurrezione della carne
alla fine dei tempi

Don Renzo Lavatori
Gennaio 2006

 La risurrezione dei morti è una dottrina proclamata costantemente dalla Chiesa fin dall’inizio del cristianesimo, come risulta dalla professione di fede: «Credo nella risurrezione della carne». Il recente Compendio del Catechismo ne offre una bella sintesi: «Con la morte, separazione dell’anima dal corpo, il corpo cade nella corruzione, mentre l’anima, che è immortale, va incontro al giudizio di Dio e attende di ricongiungersi al corpo quando, al ritorno del Signore, risorgerà trasformato» (n. 205). Ancora spiega che la risurrezione della carne «significa che lo stato definitivo dell’uomo non sarà soltanto l’anima spirituale separata dal corpo, ma che anche i nostri corpi mortali un giorno riprenderanno vita» (n. 203). Pertanto il cristiano ha la speranza, fondata sulla fede, che anche il corpo, creato da Dio e fatto suo tempio con il battesimo, ritornerà alla vita piena ed eterna. Una notizia ricolma di gioia e di fiduciosa attesa.

1. Cristo causa e fondamento della risurrezione dei nostri corpi
 Il NT attesta che la risurrezione eterna dei morti è già cominciata in Gesù; inoltre la risurrezione di tutti avviene per mezzo di Lui. Gesù lega la fede nella risurrezione alla sua persona e Lui stesso risusciterà nell’ultimo giorno coloro che avranno creduto in Lui e avranno mangiato il suo corpo e bevuto il suo sangue. Secondo il vangelo di Giovanni, Gesù personalmente è «la risurrezione e la vita» (Gv 11,25), perché è il «Figlio del Dio vivo» (Gv 11,27). Per questo egli può dire: «Come il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso... Non vi meravigliate di questo, poiché verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene, per una risurrezione di vita e quanti fecero il male, per una risurrezione di condanna» (Gv 5,26.28-30). Tutta l’opera di Cristo è donazione di vita, sia nel tempo presente sia nell’eternità, come Lui stesso afferma: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,24).
 Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, in modo esplicito sottolinea che la risurrezione dei nostri corpi è in stretta dipendenza dalla risurrezione di Cristo. In effetti «se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede... voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti» (1Cor 15,13-14.17-18). La nostra risurrezione gloriosa diventa in qualche modo un “prolungamento” di quella di Cristo, il quale conforma i nostri corpi carnali al suo corpo glorioso: «Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo» (1Cor 15,20-22).
 Ne deriva che Cristo è la vera vite, che dona la vita ai tralci cioè ai cristiani, che per mezzo della Chiesa rimangono uniti a Lui e senza di Lui nulla possono fare (cfr. Gv 15,1-5). Tale vita germoglia già nell’esistenza presente attraverso i sacramenti e poi, alla fine dei tempi, germoglierà di nuovo con la risurrezione della carne. Lo afferma il Concilio Vaticano II: «In quel corpo (Chiesa) la vita di Cristo si diffonde nei credenti che attraverso i sacramenti si uniscono in modo arcano e reale a Lui sofferente e glorioso. Per mezzo del battesimo siamo resi conformi a Cristo: ‘Infatti noi tutti fummo battezzati in un solo Spirito per costituire un solo corpo’ (1Cor 12,13). Con questo sacro rito viene rappresentata e prodotta la nostra unione alla morte e risurrezione di Cristo: ‘Fummo dunque sepolti con lui per l’immersione a figura della morte’, ma se fummo innestati a Lui in una morte simile alla sua, lo saremo anche in una risurrezione simile alla sua’ (Rm 6,4-5)» (LG, 7b). Perciò Gesù può essere definito la Fonte della vita e della risurrezione dei corpi.

2. Lo Spirito Santo potenza divina di vita e di risurrezione
 Chi porta a compimento l’opera del Figlio secondo il volere del Padre è propriamente lo “Spirito che da la vita”. Lui fa vivere l’organismo sociale della Chiesa, dopo la Pentecoste, lo fa crescere e lo porta a compimento, così come fa per ciascun fedele. Lo Spirito suscita la vita del Padre e del Figlio nel cuore degli uomini ed è lui il dispensatore della vita filiale nella Chiesa. Per questo la Scrittura lo denomina Spirito vivificante (1Cor 15,45; Gv 6,63) ovvero portatore della vita. La Lumen Gentium lo identifica «alla sorgente di acqua zampillante per la vita eterna» (Gv 4,14; 7,37-39). L’immagine dell’acqua viva si riferisce ai beni messianici da cui proviene la vita eterna; lo Spirito di Dio è donatore di quest’acqua e di questa vita.
 La vita comunicata dallo Spirito non ha valore solo nel senso interiore di purificazione dal peccato e di vivificazione nella grazia, ma essa rigenera tutto l’essere umano, anche nel suo corpo, il quale, per opera dello Spirito Santo, risusciterà alla fine dei tempi e sarà rinnovato in un corpo glorioso, a similitudine del corpo di Cristo. Il Concilio Vaticano II lo sottolinea, affermando che lo Spirito Santo «risusciterà in Cristo i loro corpi mortali» (LG, 4). L’azione vivificante dello Spirito pertanto ricrea dalle radici l’uomo, comunicandogli quella forza vitale, che nessun’altra potenza contraria potrà distruggere, neanche la morte. In questo senso si asserisce l’infinita vitalità dello Spirito, che dona alla creatura umana l’immortalità del corpo, la caratteristica propria della vita divina. Perciò lo Spirito Santo costituisce il principio divino che consente il trionfo definitivo della vita sulla morte, la quale non ha più alcun potere sull’uomo ed è stata totalmente e per sempre sconfitta.
 La risurrezione finale della carne avverrà precisamente con l’intervento poderoso dello Spirito Santo, che inietterà nei nostri corpi il soffio della vita e permetterà loro di ritrovare l’energia che li farà rivivere in maniera nuova e meravigliosa, ricolmandoli della medesima gloria e santità di Cristo, per configurarli perfettamente alla sua immagine. Allora tutti noi risplenderemo della luce divina e potremo raggiungere la nostra perfezione di figli di Dio ed eredi della sua vita beata.

3. A lode e gloria della Trinità Santissima
 Per gli autori del NT il principio fontale di tutta la vita è il Padre celeste (Rm 9,26; Mt 16,16-17; At 14,15). Lui infatti fin dalle origini causa e dona la vita nella creazione del mondo e dell’uomo; nella storia dell’Alleanza dell’antico Israele ha portato la liberazione, il possesso della terra, la vita comunitaria; nella pienezza dei tempi ha mandato suo Figlio e lo ha donato quale redentore dell’umanità peccatrice; la sua azione prosegue lungo il percorso storico fino al compimento finale per attuare il suo progetto salvifico a favore degli uomini. Tuttavia nella sua sapiente e potente opera il Padre associa a sé il proprio Figlio incarnato e lo Spirito Santo, quali suoi inviati nel mondo ed esecutori del suo piano d’amore.
 Si può dire che la vita proviene dalla fonte divina, che ha il suo principio originante nel Padre, la sua realizzazione attraverso il Figlio redentore e la sua pienezza ed efficacia nello Spirito Santo. La risurrezione di Gesù è già in sé sola «la risurrezione dei morti» (Rm 1,4), cioè l’evento ultimo destinato a propagarsi tra gli uomini. Essa costituisce l’effusione dello Spirito così che il Padre conduce la storia umana al suo compimento, al quale nulla si può aggiungere, in vista del quale il mondo è stato creato per parteciparvi: «In Lui (il Cristo glorioso) abita corporalmente tutta la pienezza della divinità e voi avrete in lui parte alla sua pienezza» (Col 2,9). La risurrezione così è «la buona novella, la promessa fatta ai padri», che ha raggiunto il suo compimento (cfr. At 13,32ss.). Lo Spirito Santo, dal canto suo, è «la promessa del Padre» nella sua realizzazione (cfr. Lc 24,49; At 1,4ss; 2,33), è lo Spirito della promessa (Gal 3,14; Ef 1,13). Sotto la forma del dono dello Spirito, il Padre effonde la benedizione promessa ad Abramo (At 3,25; Gal 3,14). Nella Pentecoste Pietro rivela che gli ultimi giorni sono arrivati (cfr. At 2,17); secondo Paolo la pienezza dei tempi è giunta quando gli uomini nello Spirito del Figlio possono dire: «Abbà, Padre» (cfr. Gal 4,4.6).
 All’avvento della risurrezione dei morti, quando gli uomini saranno inseriti per sempre nella filiazione divina, veramente si può dire che la vita si attuerà in modo pieno dal Padre per il Figlio nello Spirito Santo agli uomini resi figli. Tutto ciò è sintetizzato da una frase di Paolo: «Se lo Spirito di Colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, Colui (il Padre) che ha risuscitato Cristo (il Figlio) dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito (lo Spirito Santo) che abita in voi» (Rm 8,11).