Lo Spirito Santo: Dio Amore
S. E. Mons. Andrea Gemma, Vescovo di Isernia-Venafro
Marzo 2006

 Sappiamo bene: l’approccio a Dio è stato ed è sempre problematico, faticoso, difficile. Nel caso peggiore, come purtroppo dimostra la temperie in cui viviamo, la soluzione della difficoltà si riduce nel deprecabilissimo fenomeno dell’ateismo, che è, come ha ripetuto il Concilio Ecumenico Vaticano II, il fenomeno più preoccupante del nostro momento storico. Si tratta, come si intuisce facilmente, di ateismo teorico - raro -, ma soprattutto di quell’ateismo pratico che coincide con l’indifferentismo religioso: si vive e si opera come se Dio non esistesse. Eppure nessuno potrà dire che Dio non abbia fatto il possibile per venire incontro alla sua creatura per farsi sentire come Padre, anzi come Dio Amore. A questo riguardo il mistero dell’Incarnazione che il Natale richiama è l’esplicitazione più evidente della vicinanza di Dio all’uomo: Dio è venuto a cercarci, Dio si è fatto visibile (Gv 1,18), Dio ci ha parlato (Eb 1,1ss). Si comprende immediatamente che l’allontanamento dell’uomo da Dio, allontanamento colpevole o “incolpevole” che sia, a tutto e a tutti, potrà essere imputato tranne che a Dio stesso. C’è di più: il Signore Gesù rivelandoci il mistero della vita divina ci ha non solamente mostrato il Padre, ma ci ha fatto conoscere quello Spirito Santo, che egli inviò sugli Apostoli nel giorno di Pentecoste e che, ha detto, sarebbe rimasto sempre con noi.
 Questo Spirito Santo, da cui fummo segnati sin dal giorno del nostro Battesimo e che rimane in noi fino a che non sia scacciato dal peccato mortale, è purtroppo il grande sconosciuto. Chi ne riconoscesse la forza divina, l’infinita virtù trasformatrice, la sua luminosa irradiazione, avvertirebbe innanzitutto in se stesso una trasfigurazione che gli renderebbe continuamente Dio presente ed operante e avrebbe a disposizione una “forza segreta” che lo renderebbe dominatore del male, in sé e intorno a sé e operatore di bene. Soprattutto avvertirebbe come un irresistibile impulso a fidarsi di Dio e a riporre il lui ogni speranza, a implorare continuamente i divini interventi e si scoprirebbe egli stesso operatore di meraviglia.
 «Coloro che sono sospinti dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio» (Rm 8,14), così S. Paolo, di cui occorrerebbe citare tante altre parole, esprime la verità che stiamo esponendo: è lo Spirito di Dio che attua e ci fa sperimentare la figliolanza divina. Anzi lo stesso apostolo arriva a dire che lo Spirito Santo è la voce che grida in noi la nostra figliolanza nei confronti di Dio, ed egli stesso (lo Spirito) esprime verso di Lui l’inesprimibile di tale realtà (Rm 8,26 ss).
 Riscoprire lo Spirito Santo, nell’autenticità della nostra fede in lui, significherà innanzitutto “sentirlo” come voce della nostra creaturalità che sentendosi incapace di raggiungere Dio e di corrispondere degnamente al suo amore, si rivolge allo Spirito da cui si sente inabitato perché sia la sua voce di risposta a quel Dio che lo ha prevenuto col suo infinito amore. Lo Spirito Santo, dunque, è il dono di Dio per eccellenza (ma non in quanto possibilità di ottenere qualcosa di straordinario i “carismi” di cui oggi tanto si parla e sui quali anche noi ci soffermeremo), è la voce di Dio che dovrebbe continuamente risuonare dentro di noi per ripeterci e convincerci che Dio ci ama pur senza perdere nulla della sua infinita trascendenza, è il Dio a noi vicinissimo e per questo ci ricolma della sua grazia, la quale, come dice l’etimologia stessa della parola, è dono gratuito della sua immensa bontà. Dovrebbe essere inoltre, questo Spirito Santo, la nostra stessa voce, calda di amore riconoscente che si rivolge al Padre per adorarlo, per lodarlo, per ringraziarlo. Non è bello dunque, immaginare così il nostro rapporto con lo Spirito Santo e quindi con Dio, ossia come amorosa e costante corrispondenza di sentimento di umiltà creaturale che gode di essere ammessa al banchetto della eterna infinitudine di Dio?
 A nostro giudizio la riscoperta attuale dello Spirito Santo e della sua azione, cosa lodevolissima, non sempre avverte questa priorità ineludibile: esprimere a Dio la nostra infinita riconoscenza per tutto ciò che ci ha dato e continua a donarci. È bene che ne tengano debito conto coloro che hanno avuto la fortuna di questa riscoperta. Dio, se non se ne vuole alterare banalmente l’identità, non è una potenza messa a servizio dei nostri pur legittimi desideri e pur costanti bisogni, ma è la luce soprannaturale che, riverberata sulla nostra povera anima, la divinizza, ossia la rende «partecipe della divina natura» (2Pt 1,14). La nostra risposta a tale realtà non potrà essere che un costante stupore e un coercibile amore che grida, rivolto a Dio: «Papà!» (Rm 8,15; Gal 4,6). È questo, particolarmente, il compito dello Spirito Santo in noi in nostro favore: come sarebbe bello se, avendo fatto esperienza di questa luce e di questa presenza dello Spirito Santo, che ci arricchisce, ci mettessimo continuamente in ascolto della sua voce che risuona dentro di noi e finalmente la indirizzassimo verso il cielo, tentando di corrispondere con la stessa gratuità di cui è connotato l’amore divino verso di noi. Quando diciamo con fervorosa voce «Vieni Spirito Santo» dovremmo intendere tale invocazione, noi che siamo convinti di essere il tempio dello Spirito, come invito alla divina persona dello Spirito a compiere il suo dovere nei confronti del Padre, a mantenerci costantemente nel suo amore. Tutta la nostra vita ne sarebbe altamente trasfigurata e la nostra anima supernamente illuminata.