Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo
P. Basito, Discepolo e Apostolo dello Spirito Santo
Settembre 2006

 Come può la comunità ecclesiale educare oggi alla fede e alla speranza? Riteniamo possa farlo, con rinnovata efficacia, riscoprendo la dimensione del rendimento di grazie nelle sue molteplici implicanze aprendosi in modo consapevole e sollecito all'azione dello Spirito Santo. Il centro dell'esperienza del Risorto, operante nel nostro tempo e nei luoghi della quotidianità, è primariamente l'assemblea domenicale della comunità cristiana: qui nasce il testimone di Gesù risorto, qui attinge il nutrimento divino che lo fortifica e lo fa crescere nella comunione, da qui continuamente riparte per portare al mondo intero la speranza che non delude.

Vieni, datore dei doni
 Una prima dimensione da riscoprire è l'accoglienza del dono: quando si riceve un dono si ringrazia il donatore. Talvolta i meravigliosi doni di grazia di cui è ricca la comunità ecclesiale passano inosservati, offuscati come sono dalle inevitabili e molteplici fragilità umane; il rendere grazie, allora, apre l'occhio ed il cuore. Apre il cuore perché fa prendere consapevolezza della presenza personale di Dio (non si dice grazie al nulla) generando così la serenità di non essere soli ed abbandonati; apre gli occhi inoltre perché stimola la "ricerca" e la riscoperta del dono già ricevuto (non si dice grazie per nulla).
 Tra gli innumerevoli doni elargiti dal Dio tre volte santo spicca l'Eucaristia: «La Chiesa ha ricevuto l'Eucaristia da Cristo suo Signore non come un dono, pur prezioso fra tanti, ma come il dono per eccellenza, perché dono di se stesso, della sua persona nella sua santa umanità, nonché della sua opera di salvezza» (EE, 11).
 Tale capacità di accogliere e vivere il dono, in ultima analisi, è anch'essa frutto dell'azione dello Spirito Santo: è il dono della fede. «La fede, nella sua più profonda essenza, è l'apertura del cuore umano davanti al dono: davanti all'autocomunicazione di Dio nello Spirito Santo. [...] In questo Spirito, che è il dono eterno, Dio uno e trino si apre all'uomo, allo spirito umano. Il soffio nascosto dello Spirito divino fa sì che lo spirito umano si apra, a sua volta, davanti all'aprirsi salvifico e santificante di Dio» (DV, 51.58).

Vieni, luce dei cuori
 La Chiesa italiana a Verona per prima cosa dirà grazie allo Spirito per i doni che si sono resi visibili nella vicenda di numerose sorelle e fratelli, santi in mezzo a noi in ogni condizione e stato di vita.
 Nessuno può vedere il regno di Dio se non rinasce dall'alto (Gv 3,3). Non è così scontato riuscire a ringraziare lo Spirito per le meraviglie che opera, occorre anche per questo un suo dono. Tale capacità ci viene dal battesimo, da quella trasformante esperienza della Pasqua di Gesù comunicata misticamente all'uomo dalla potenza dello Spirito Santo. Da quel momento abbiamo occhi per vedere ciò che il mondo non può cogliere. È necessario allora attingere continuamente a questa grazia, ravvivare il dono dello Spirito infuso nei nostri cuori col battesimo: invocare la Luce per scorgere i "portatori di luce" presenti nel nostro tempo.
 Andiamo avanti dunque con speranza poiché il Figlio di Dio, nella potenza dello Spirito Santo, compie anche oggi la sua opera: occorre «avere occhi penetranti per vederla, e soprattutto un cuore grande per diventarne noi stessi strumenti» (NMI, 58).

Siate ricolmi dello Spirito
rendendo continuamente grazie per ogni cosa
(Ef 5,18. 20)
 Prima di sottolineare alcuni atteggiamenti che i testimoni di Gesù risorto sono chiamati a sviluppare sempre più, è bene affrontare brevemente un aspetto dell'esistenza terrena che a prima vista sembra difficilmente conciliabile con il rendimento di grazie. La traccia di riflessione per il Convegno ecclesiale di Verona indica alcune aree concrete, alcuni grandi ambiti dell'esperienza personale e sociale dell'essere umano ove incarnare la testimonianza del Risorto portatrice di salvifica speranza. In ciascuno di questi ambiti insieme ad aspetti profondamente umani e costruttivi, non si può non riscontrare con amarezza, l'incapacità dell'uomo di porre in atto atteggiamenti promotori di giustizia, rispetto, solidarietà, amore e pace. Ebbene, di fronte a situazioni talvolta tragiche, con quale coraggio si può rendere grazie? Nel dialogo liturgico tra il presidente e l'assemblea eucaristica lo Spirito ci invita con chiarezza ad affermare che è «cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre, qui e in ogni luogo, a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, per Cristo nostro Signore» (Prefazio, domeniche T.O. II). Nelle situazioni difficili sopra accennate il rendere grazie diviene un atteggiamento che "destabilizza" ogni sapienza umana e apre un insospettato orizzonte di senso. Con la Pasqua di Gesù il ringraziamento assume una profondità inaudita e si dilata oltre misura includendo qualsiasi realtà, anche il dolore, la prevaricazione e la morte. Nella notte in cui fu tradito, Gesù rese grazie al Padre. Non c'era ambito umano meno propizio al rendimento di grazie che quella circostanza, e lui sceglie proprio quel momento. Diviene così la manifestazione della potenza dell'amore eterno di Dio. Gesù rende grazie al Padre per la possibilità di vincere il male, l'odio, la divisione, la morte, il peccato... con un amore più grande, il dono della vita. E rende grazie in anticipo, sicuro dell'assistenza della Potenza divina d'Amore del Padre: «con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio» (Eb 9,14).

State sempre lieti (2Ts 5,16)
Rallegratevi nel Signore, sempre (Fil 4,4)
 Il Mistero Pasquale di Gesù è il passaggio dalla sofferenza e dalla morte al gioioso trionfo della risurrezione. È un evento dinamico reso attuale nel tempo dall'azione dello Spirito. È Lui a conformarci al Cristo crocifisso e risorto, a renderci partecipi in qualche misura della sua sofferenza per amore e della sua gioia, frutto dell'Amore divino. È necessario allora coltivare la "virtù" della gioia. «Il carattere festoso dell'Eucaristia domenicale esprime la gioia che Cristo trasmette alla sua Chiesa attraverso il dono dello Spirito. [...] La domenica, in forza del suo significato di giorno del Signore risorto [...] è giorno di gioia a titolo speciale, anzi giorno propizio per educarci alla gioia, riscoprendone i tratti autentici e le radici profonde. Essa non va infatti confusa con fatui sentimenti di appagamento e di piacere, che inebriano la sensibilità e l'affettività per un momento, lasciando poi il cuore nell'insoddisfazione e magari nell'amarezza. Cristianamente intesa, è qualcosa di molto più duraturo e consolante; sa resistere persino, come attestano i santi, alla notte oscura del dolore, e, in un certo senso, è una "virtù" da coltivare» (DD, 56-57).

Il Padre ha mandato me, anch'io mando voi.
Ricevete lo Spirito Santo
(Gv 20,21s)
 «Come i primi testimoni della risurrezione, i cristiani convocati ogni domenica per vivere e confessare la presenza del Risorto sono chiamati a farsi nella loro vita quotidiana evangelizzatori e testimoni» (DD, 45) capaci dello stesso loro entusiasmo poiché inondati dal dono gratuito e sovrabbondante dello stesso Spirito del Risorto. «Possiamo contare sulla forza dello stesso Spirito, che fu effuso a Pentecoste e ci spinge a ripartire sorretti dalla "speranza che non delude" (Rm 5,5). [...] Ogni domenica il Cristo risorto ci ridà come un appuntamento nel Cenacolo, dove la sera del "primo giorno dopo il sabato" (Gv 20,19) si presentò ai suoi per "alitare" su di loro il dono vivificante dello Spirito e iniziarli alla grande avventura dell'evangelizzazione» (NMI, 58).

Avrete forza dallo Spirito Santo e mi sarete testimoni (At 1,8)
 Lo stile del testimone, sintetizzando, è caratterizzato da due elementi: contemplazione e impegno; elementi che prendono vita dal perenne rendimento di grazie comunitario e personale. La vita del testimone di Gesù risorto dunque non può che essere un'esitenza eucaristica: un continuo, pervasivo, operativo rendimento di grazie tale da innervare di speranza le vicende del mondo. «Annunziare la morte del Signore "finché egli venga" (1Cor 11,26) comporta, per quanti partecipano all'Eucaristia l'impegno di trasformare la vita, perché essa diventi, in certo modo, tutta "eucaristica"» (EE, 20).
 «Dobbiamo imitare lo slancio dell'apostolo Paolo: "Proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù" (Fil 3,13s). Dobbiamo imitare insieme la contemplazione di Maria che ritornava nella casa di Nazaret meditando nel suo cuore il mistero del Figlio» (NMI, 59).