Il Fuoco, simbolo dello Spirito Santo
P. Ubaldo Terrinoni, OFM Capp.
Novembre 2006

1. Il fuoco: folklore e superstizioni
 Se provassimo a risalire indietro nei secoli risulterebbe pressoché impossibile riuscire a datare l'origine della scoperta del fuoco. È una "creatura" così necessaria e importante da ritenere che sia stata una delle prime ad essere scoperta. Il fuoco brilla, riscalda, illumina, brucia, purifica, cuoce vivande. Con il suo calore è una insostituibile fonte di energia; però se aumenta di volume e di forza allore sfugge al controllo dell'uomo e produce effetti catastrofici, divora e distrugge case, coltivazioni e boschi. Il profeta Geremia preannuncia un incendio spaventoso che divamperà nella foresta e si propagherà all'intorno senza che sia possibile arginarlo (Ger 21,14; 22,6-7). E Gioele emette l'amaro lamento per l'immane sciagura di un incendio che ha devastato ogni cosa: «Il fuoco ha divorato i pascoli della steppa e la vampa ha bruciato tutti gli alberi della campagna» (Gl 1,19-20). Ben presto l'attenzione dell'uomo per il fuoco è passata dal senso reale del termine a quello metaforico. E si è parlato del fuoco del rimorso, del fuoco della collera, della gelosia, della parola, della guerra e della spada, e anche del fuoco nelle ossa e del fuoco dell'amore; l'amore è un incendio colossale che avvolge tutto e non risparmia nulla. «Forte come la morte è l'amore, tenace come gl'inferi è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma del Signore!» (Ct 8,6). Nelle religioni primitive, che si perdono nella notte dei tempi, si distingueva un triplice fuoco: il Celeste (ed era il sole), il Terrestre (era la fiamma del focolare prodotta da due pezzi di legno con lo sfregamento dell'uno contro l'altro) e l'Acquatico (era la folgore che guizza dalle nubi). Molti popoli trattavano il fuoco al pari di un vivente e per questo, lo ritenevano meritevole di tanti riguardi. Attorno a questa convinzione sono andate formandosi numerose credenze e riti domestici celebrati attorno al camino, considerato come il centro della vita familiare. Qui la fiamma doveva costantemente brillare e se, per disgrazia o per negligenza, la si lasciava spegnere, la colpa veniva severamente punita.

2. La simbologia biblica del fuoco
Il fuoco come elemento reale o simbolico è costantemente presente nelle narrazioni delle grandi teofanie dell'Antico Testamento. Quando Dio discende sul Sinai per rivelarsi e donare le sue leggi a Mosè, l'evento avviene in uno sconvolgente scenario della natura. L'autore ispirato, per rendere l'dea dell'avvenimento, non trova di meglio che appellarsi a tre fenomeni: il terremoto, la tempesta e l'eruzione vulcanica: «Vi furono tuoni, lampi e una densa nube; il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto» (Es 19,16.18). Dio inoltre interviene prodigiosamente con un segno di fuoco nell'offerta dei sacrifici per esprimere il gradimento: così nel sacrificio offerto da Abramo (Gn 15,17), da Gedeone (Gdc 6,21), da David (1Cr 21), da Salomone (2Cr 7), da Elia (1Re 18,38); come la fiamma consuma l'oblazione, così Dio accetta l'omaggio dell'offerente. Il fuoco diventa il segno della benevolenza con la quale Dio visita l'uomo e lo accoglie nella sua amicizia. Talvolta il fuoco è simbolo della misteriosità, grandezza e trascendenza divina. Così quando Ezechiele è chiamato alla missione profetica ha una visione di Dio, il quale gli appare circondato da fuoco da ogni parte e tutto risplendente (Ez 1,26-28). Anche la visione riservata a Daniele è assai misteriosa: appare un solenne vegliardo con una veste candida come la neve e i capelli bianchi come la lana (indice della trascendenza e dell'appartenenza alla sfera celeste), il suo trono è costituito da «vampe di fuoco con ruote come fuoco ardente. Un fiume di fuoco scende dinanzi a lui» (Dn 7,9-11). La descrizione solenne e impressionante della visione e la ripetizione del ternine "fuoco" confermano la misteriosità di Dio: Dio non ha lineamenti come d'uomo, non ha figura o sembianze verificabili, non lo si può rendere in immagine. Egli è l'Essere misterioso, trascendente, invisibile, inaccessibile. La santità di Dio trova in questo elemento igneo il simbolo di tutte le espressioni e le forme di purificazione richieste all'uomo. È pur vero che è soprattutto l'acqua che lava e purifica, ma è altrettanto vero che il rito della semplice abluzione non basta, occorre il fuoco, perché l'acqua può asportare le macchie, le scorie, le deturpazioni, ma non riesce a distruggere il peccato. Di qui la necessità del fuoco che simboleggia l'intransigenza di Dio nei confronti del male e del peccato e che risulta come una potenza irresistibile e distruttrice. Ed è proprio la tradizione deuteronomistica a evidenziare, prima d'ogni altro, la portata simbolico-religiosa del fuoco in questa particolare ottica: «Il Signore tuo Dio è fuoco divorante, un Dio geloso» (Dt 4,24). Il profeta Isaia si fa portavoce della collera di Dio per i peccati del popolo e ricorre alla metafora del fuoco divoratore: «(Egli) brucia l'iniquità come fuoco, che divora rovi e pruni, divampa nel folto della selva, da dove si sollevano colonne di fumo. Per l'ira del Signore brucia la terra e il popolo è come un'esca per il fuoco» (Is 9,17-18). Il fuoco infine simboleggia il giudizio inappellabile di Dio, il quale raggiunge il peccatore incallito, che non vuole retrocedere dalla via della perdizione. «La rivelazione esprime così quel che può essere l'esistenza di una creatura che rifiuta di essere purificata nel fuoco divino». In questo contesto drammatico, i Profeti si presentano come appassionati messaggeri del giudizio escatologico: «Sì ecco, sta per venire il giorno rovente come un forno» annuncia il profeta Malachia. «Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia, quel giorno venendo li incendierà in modo da non lasciar loro né radice né germoglio» (Ml 3,19). Il giorno del giudizio del Signore sarà «come il fuoco del fonditore» (Ml 3,2; Sof 1,18), che «purifica come si purifica l'argento e prova come si prova l'oro» (Zc 13,9), sarà «come un fuoco che mai si spegnerà» (Is 66,24).

3. Il "fuoco" dello Spirito Santo
 L'evangelista Luca, nel capitolo terzo del suo vangelo, presenta il Battista come un profeta che appicca dovunque il fuoco della parola del Signore, proclamando l'urgenza indilazionabile della conversione. Però, la folla, prima di accogliere il suo messaggio, vuole accertarsi della sua identità. E Giovanni spiega precisando: «Io vi battezzo con acqua, ma viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi batterzzerà in Spirito Santo e fuoco» (Lc 3,16). Dunque l'annunzio del nuovo battesimo è fatto dal Battista con il chiaro riferimento al fuoco. Lui battezza con acqua, il più forte di lui invece, cioè Gesù, battezzerà «in Spirito Santo e fuoco». Quale fuoco? Ovviamente non è il fuoco del giudizio divino della fine dei tempi, ma è un chiaro preannuncio del battesimo cristiano inaugurato il giorno della Pentecoste con l'effusione del Divino Spirito e la comparsa di lungue «come di fuoco» (At 3,3). Anche i monaci di Qumran attendevano un battesimo, ma era completamente assente in loro l'idea del fuoco divino secondo la prospettiva di Luca. Ecco un testo significativo della loro Regola: «Dio allora vaglierà tutte le azioni dell'uomo... e lo purificherà nello Spirito Santo da tutte le opere empie, aspergerà su di essi lo spirito di verità come acqua lustrale da ogni abominio menzognero». Il terzo evangelista, dunque, che aveva anticipato nella sua opera un nuovo battesimo, nel libro degli Atti poi ne riferisce l'effusione in un quadro teologicamente essenziale e profondo (At 2,1-13). Il dono dello Spirito viene narrato come un evento sconvolgente; si parla di popoli riuniti e presenti, di fragore, di voce, di vento gagliardo e di fuoco. L'autore ricorre a fenomeni sonori e visivi, sembra che egli chieda aiuto a una ricca varietà di immagini nel tentativo di esprimere... l'inesprimibile! Egli inoltre precisa che «apparvero lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro» (At 2,3). Un'improvvisa turbinosa folata di vento parve accendere un fuoco che si divise in "lingue" per posarsi su tutti i presenti. Il riferimento al particolare delle lingue non è casuale; riconduce la nostra ricerca al contesto delle teofanie, dove il fuoco purifica l'uomo perché questi sia degno di incontrare Dio. Il fuoco illumina e rende possibile il cammino anche nel buio della notte; riscalda e fa sbocciare il miracolo della vita nel gelo; purifica e fa risplendere un oggetto di metallo prezioso in tutta la sua attraente bellezza. Così è lo Spirito: è luce potente di verità che guida il cristiano passo passo «verso la verità tutta intera» (Gv 16,13); è fuoco che lavora con pazienza e incessante dinamismo nell'intimo di ogni battezzato per purificare e liberare dalle scorie: Egli «piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato, accende il fuoco dell'amore».