La preghiera filiale nello Spirito
Don Renzo Lavatori
Maggio 2007

 Conoscere l'amore del Padre, viverlo, sperimentarlo, sentirne il palpito, costituisce il cuore della vita cristiana. Ciò è reso possibile dalla preghiera, non tanto di richiesta o d'intercessione, quanto dalla preghiera che sgorga dall'animo di colui che vive la dimensione filiale in sintonia con lo Spirito di Gesù e si affida docilmente alle sue movenze. Nella vita spirituale ha un posto di primaria importanza tale preghiera semplice e profonda, che si sprigiona dalla forza dello Spirito del Signore in mezzo alla sua Chiesa. Questo tipo di preghiera risale a Gesù stesso, l'uomo nuovo nello Spirito, il Figlio docile e amorevolmente unito al Padre. Pertanto è utile riscoprire la preghiera filiale che Gesù personalmente ha fatto nella sua vita e di cui gli evangelisti riportano alcuni tratti stupendi.
 Sappiamo che Gesù è colui che per natura benedice e glorifica il Padre in tutta la sua esistenza, tanto che il suo stesso modo d'essere costituisce una preghiera perenne e perfetta, in forza della comunione intensissima che lo congiunge al Padre. Analizzando il suo modo di pregare, possiamo ritrovare le linee maestre per attuare anche noi l'autentica preghiera che sale dal cuore del Figlio verso il seno del Padre, nell'intima effusione del medesimo Spirito d'Amore. In effetti Gesù ha consentito che i suoi discepoli potessero rivolgersi a Dio con lo stesso Spirito filiale e gridare «Abbà».
 Un brano evangelico riporta una preghiera breve, ma significativa, che si eleva da Cristo al Padre e ne mostra tutto il sapore di unione filiale: «In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: "Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così a te è piaciuto. Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare"» (Lc 10,21-22; cfr. Mt 11,25-27).
 La preghiera può essere divisa in tre momenti, che ne delineano la struttura e ne offrono un chiaro orientamento per chi intende apprenderla e svolgerla nel medesimo Spirito filiale: 1. l'origine o l'inizio da cui nasce la preghiera; 2. il contenuto o il modo con cui viene fatta la preghiera; 3. gli effetti e le conseguenze a cui conduce la preghiera.

1. Quando nasce la preghiera filiale
 Luca descrive il momento in cui Gesù sente il bisogno di ringraziare il Padre: «In quello stesso istante», subito dopo il ritorno dei discepoli dalla loro missione. Costoro tornano ricolmi di gioia per i prodigi che avevano compiuto nel nome di Gesù, perfino i demoni si erano loro sottomessi (vv. 17-19). La potenza sovrumana del Maestro era stata loro comunicata e ciò significava la venuta del regno di Dio e della sua potente manifestazione; ed era solo l'inizio e l'anticipazione di meraviglie più grandi che il Padre avrebbe compiuto in Gesù e nella sua comunità salvifica.
 Da qui la ragione della preghiera sgorgante dall'animo di Gesù. Egli ha costatato l'opera del Padre, che si rivela nei deboli e che apre ormai il tempo della vittoria sul male. Solo un animo sensibile si accorge delle meraviglie compiute dall'amore di Dio e si esprime spontaneamente nella lode gioiosa e nella gratitudine. L'occhio vigilante e semplice sa scoprire i segni che Dio manifesta ogni momento, mentre l'animo distratto e superficiale rimane chiuso alla lode, perché non ne vede la motivazione.
 L'evangelista prosegue dicendo che «Gesù esultò» di gioia: è la gioia messianica, la consapevolezza cioè che Dio interviene ormai definitivamente per la salvezza dell'umanità; la gioia dei beni supremi che Dio comunica agli uomini; la gioia della ritrovata comunione d'amore con il Padre e di fraternità con gli altri; della vittoria sul peccato e sulla morte; della realizzazione di tutto il piano sapiente di Dio; della venuta del suo regno di giustizia. La preghiera nasce nella gioia del Signore, nella certezza della presenza operante di Dio, nella fede alle sue promesse, nell'accettazione umile dei suoi doni, delle situazioni esistenziali d'ogni tipo, dell'unione con i fratelli nell'unico amore del Padre. Il cristiano si rende conto che ogni realtà proviene dalla sapienza e provvidenza amorosa di Dio. Per questo esulta e benedice il Signore.
 Luca sottolinea che la gioia di Gesù è "nello Spirito Santo". Tale precisazione è importante, perché fa capire che il motore principale è lo Spirito Santo, dal quale scaturisce ogni grazia; è Lui che muove i cuori e li orienta totalmente verso l'amore del Padre e del Figlio. In tal senso la preghiera filiale costituisce per il credente la preghiera tipica dello Spirito e nello Spirito, il quale causa la piena comunione dei figli con il Padre, in quanto li abbraccia in una medesima effusione d'amore.

2. Come viene fatta la preghiera filiale
 Gesù inizia la preghiera con un'espressione semplice di benedizione e di ringraziamento al Padre: «Ti rendo lode», ovvero ti benedico, ti esalto, ti ringrazio. Si nota la spontaneità, propria di un figlio, senza tante altre parole o locuzioni ricercate, come forse faremmo noi; quello che nasce dal cuore è sulle labbra. Poi Gesù invoca il nome dolcissimo del Padre, come più sotto: «Sì, o Padre». Probabilmente nelle parole originali vi era l'espressione aramaica "Abbà". Essa rivela le profondità del rapporto tra Cristo e Dio: Gesù è veramente Figlio di Dio e come tale si rivolge al Padre. Insieme indica la confidenza e l'abbandono filiale, come un bambino nei primissimi anni di vita chiama il papà. La preghiera di Gesù s'inoltra in un colloquio d'amore tra lui Figlio e Dio Padre suo.
 La preghiera filiale in effetti è un momento privilegiato della comunione che esiste fra il cristiano e Dio, perché lo fa sentire figlio e lo pone nell'atteggiamento di fiducioso abbandono, nella certezza di essere amato dal Padre in modo singolare e tenerissimo, di essere da lui perdonato, risanato, liberato, accolto tra le sue braccia, guidato dalla sua sapienza e irrorato dalla sua grazia. Niente di più consolante e incoraggiante.
 Gesù aggiunge la determinazione: «Signore del cielo e della terra», proclamando suo Padre Sovrano assoluto di tutto l'universo. L'espressione indica il senso di rispetto e d'adorazione per Colui che ha creato i cieli e la terra, che li sostiene con la sua forza e li governa con la sua onniscienza; egli è il Signore della vita e ogni essere resta a lui sottomesso, così come ogni creatura lo deve riconoscere. Verso il Padre il cristiano prova sentimenti di dolce confidenza, verso il Signore deve avere atteggiamenti di sottomissione e di timore. I due aspetti, per nulla contradditori, anzi perfettamente complementari, sono presenti nella preghiera filiale e rivelano contemporaneamente la tenerezza paterna e la grandezza incommensurabile di Dio, da cui deriva la consapevolezza della nullità e della fragilità umana.
 D'altronde ciò corrisponde al disegno sapiente del Padre, come dice Gesù: «Hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli». La suprema sapienza di Dio sceglie le cose e le persone più umili per confondere la presunzione umana. Il credente entra in tale prospettiva ogni volta che si esprime nella preghiera filiale e sincera; occorre superare tutti i possibili schemi della logica mondana, per aprire la mente sull'orizzonte sconfinato della luce divina.

3. Dove conduce la preghiera filiale
 Dopo aver lodato e ringraziato il Padre, Gesù fa una grande rivelazione intorno alla sua Persona e al suo rapporto con il Padre; dice di essere il vero e unico Figlio di Dio, che è il vero unico Padre suo. Anzitutto conferma la sua adesione piena al volere paterno: «Sì, o Padre, perché così a te è piaciuto». Non c'è da chiedersi altra spiegazione davanti al mistero del piano salvifico di Dio: esso corrisponde al volere del Padre, al suo compiacimento. Tutto è frutto della sua iniziativa gratuita e questo è sufficiente per acconsentirvi totalmente. Lo ha voluto il Padre e certamente è la cosa migliore, la più vantaggiosa e la più giusta.
La disponibilità ad accettare in tutto il volere supremo di Dio è il primo frutto della preghiera filiale. L'animo, che si è abbandonato all'amore del Padre e al suo Spirito, ora sente che tutto deriva dalla volontà divina e che nell'adempimento di questa volontà consiste il significato essenziale della vita cristiana. Non si preoccupa di sapere molte motivazioni, di cercare chiarimenti in modo da rendere più umano il divino volere, ma vi si adegua, semplicemente e pienamente, perché esso corrisponde alla verità e alla gioia più completa. Non si tratta di un abbandono inconscio e irresponsabile, ma della perfetta sintonia delle due volontà, quella umana e quella divina, del figlio e del Padre, sapendo bene che l'uomo trova la luce e la salvezza per la propria vita solo nella conformità e nella docilità all'iniziativa di Dio.
 Gesù rivela poi la conoscenza intima che intercorre tra il Padre e lui. Si sa che nel linguaggio biblico "conoscere" non indica soltanto un rapporto a livello intellettuale, ma una comunione di vita, che coinvolge l'intera persona nella sua mente, nel suo cuore, nella sua volontà, in tutte le sue cose. Infatti Gesù afferma: «Tutto mi è stato affidato dal Padre mio», volendo significare la piena comunicazione dell'essere divino che il Padre fa al Figlio in modo che i due siano perfettamente uguali, pur rimanendo l'uno distinto dall'altro. Quest'unità di vita è esclusiva del Figlio e del Padre; nessuno può possederne la medesima profondità. Il Figlio tuttavia può parteciparla a chiunque egli voglia: «Colui al quale il Figlio voglia rivelarlo». Siccome la volontà del Figlio corrisponde a quella del Padre, egli rivela questa mutua conoscenza ai piccoli e ai semplici, a coloro cioè che hanno il cuore aperto ad accoglierla in povertà di spirito.
 Da ciò consegue una meravigliosa realtà: ogni creatura umana che si rivolge filialmente a Dio, nel sentimento della propria nullità, è invitata a far parte dell'unione di conoscenza e d'amore tra il Padre e il Figlio. Ella giunge così ad assaporare la gioia d'essere figlia di Dio, rigenerata dal suo Santo Spirito, a somiglianza di Cristo, mentre l'animo acquista sempre più la docilità ad assecondare l'amore del Padre nella concretezza quotidiana dell'esistenza e anche nei momenti più difficili, fino a penetrare sempre più profondamente il mistero d'unione con Lui, origine di pace infinita e d'intensa vita cristiana.