Il giudizio divino sull'amore
Don Renzo Lavatori
Agosto 2007

 Quando Gesù tornerà alla fine dei tempi, verrà come Signore dell'universo, per svolgere un giudizio definitivo. Dice il Simbolo di Nicea-Costantinopoli: «E di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti» (DS 150). La frase collega la venuta ultima di Cristo con la missione giudicatrice, come due eventi tra loro intrinsecamente correlati, tanto che l'uno, la parusia, si attua in funzione dell'altro, il giudizio. In effetti essi si rapportano e si sorreggono reciprocamente, in quanto rivelano il termine finale della comunicazione di amore effettuata lungo l'economia salvifica.
 Il giudizio costituisce la conclusione o il compimento di un rapporto tra Dio che si dona e si rivela agli uomini e la corrispondenza libera delle creature umane al suo amore; proprio per il fatto che si tratta di un incontro interpersonale, il risultato può avere inevitabilmente due riscontri: la libera accettazione della comunione e il libero rifiuto di essa.

1. Giudizio universale e giudizio personale
 Esso si divide in giudizio particolare, che si attua subito dopo la morte di ogni singola persona, e in giudizio generale o universale, che viene espresso alla fine dei tempi con la risurrezione dei morti e la venuta di Cristo. Tra i due giudizi esiste una continuità, pur nella diversità di ciascuno. Il giudizio generale ha come oggetto la totalità della storia del mondo e dell'umanità. Non si tratta di una revisione o di un cambiamento dei giudizi particolari che Dio ha già fatto nel rispetto della libertà e della dignità di ogni uomo come persona responsabile. Si può intenderlo piuttosto come la loro conferma o la loro manifestazione pubblica, cioè davanti a tutti, che comporta anche per il singolo un compimento di se stesso in quanto relazionato agli altri e al cosmo, conforme alla verità e all'amore supremi. Esso costituisce la piena manifestazione in Cristo della valutazione che Dio ha fatto sugli uomini lungo tutta la storia.
 In tal senso la parusia e il giudizio generale coincidono realmente. Il giudizio è reso possibile precisamente per la manifestazione gloriosa e potente di Cristo, nella quale tutti gli uomini comprenderanno con chiarezza l'autentica e piena verità della loro vita e della loro posizione nella storia in riferimento alla verità prima di Gesù. Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice in proposito: «Davanti a Cristo che è la Verità sarà definitivamente messa a nudo la verità sul rapporto di ogni uomo con Dio. Il giudizio finale manifesterà, fino alle sue ultime conseguenze, il bene che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena» (CCC 1039). Più sotto si dice ancora che in quel momento, quando il Figlio Gesù pronunzierà la sua parola definitiva su tutta la storia, «conosceremo il senso ultimo di tutta l'opera della creazione e di tutta l'economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo. Il giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte» (CCC 1040).
 Soprattutto nelle parole di Cristo si staglia netto il concetto del giudizio definitivo: «Il Figlio dell'uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni» (Mt 16,27). È lui che pronuncerà l'ultima parola, quella giusta, verace, oggettivamente efficace. La descrizione più dettagliata di questo giudizio si trova nel discorso escatologico di Matteo (25,31-46), testo che naturalmente va interpretato nel contesto del genere apocalittico. Il tema del giudizio è espresso con una immagine facilmente comprensibile dagli interlocutori, cioè la separazione tra le pecore e i capri: «Il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra» (vv. 31-33).

2. Dio il giudice supremo, Padre, Figlio e Spirito Santo
 Il giudizio appartiene costitutivamente a Dio (cfr. Dt 1,17: «Non temerete alcun uomo, perché il giudizio appartiene a Dio»), per due ragioni fondamentali.
 Il primo è che solo lui conosce perfettamente e profondamente il cuore dell'uomo, del quale sa tutte le movenze che lo portano ad agire verso un orientamento o verso un altro, potendo così vedere le motivazioni del comportamento umano. Nessun altro può giudicare nella verità come Dio, neanche l'uomo può essere giudice di sé in modo adeguato ed esatto; non può capire se stesso totalmente né può giustificarsi o condannarsi; tanto meno può giudicare l'altro uomo. Questa verità costituisce motivo di consolazione, nel senso che il giudizio divino corrisponde oggettivamente alla situazione autentica di ciascuno, mentre l'apprezzamento umano cade sovente in ingiustizie o falsificazioni o inganni. Dio conosce il cuore dell'uomo e non solo le sue apparenze esteriori.
Il secondo motivo sta nel fatto che solo Dio è l'amore pieno e perfetto, l'amore assoluto senza limiti o condizionamenti di sorta. Un amore che agisce al di fuori di altri interessi che non siano l'amore puro e gratuito. In tal senso il suo giudizio non è mosso da prospettive parziali o egoistiche o da tornaconti personali, ma guarda gli uomini nella totale apertura alla predilezione. Ne segue che il giudizio divino è veramente puro, vero, inappellabile. Mentre si sa che il responso umano spesse volte è intriso di offuscamenti, di limiti o visioni personalizzate e delimitanti. Non si può dunque sostenere l'opinione di coloro che affermano che davanti alla luce di Dio l'uomo si auto-riconosce e si giudica da solo, poiché sarebbe un referto inadeguato e imperfetto.
Ora ci si chiede a quale delle tre divine Persone propriamente spetti il giudizio ultimo e definitivo: al Padre o al Figlio o allo Spirito Santo?
 Si tratta di scoprire la dimensione trinitaria di questa azione suprema e significativa, per coglierne i risvolti più luminosi.

 Il Padre è colui che, avendo amato gli uomini e avendoli chiamati alla salvezza, appare il più adatto per svolgere tale compito. D'altra parte tutta l'economia salvifica ha origine da lui, si svolge sotto la sua sapiente direzione e in lui trova la sua piena conclusione. Solo lui, quale Padre, percepisce l'intima decisione dei suoi figli di accettare o rifiutare il suo amore. Tuttavia il Simbolo apostolico dice che il Cristo, sedendo alla destra del Padre, verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti. In tal senso è il Figlio colui che fa il giudizio. La Scrittura chiarifica dicendo che il Padre ha dato questo potere al Figlio, il quale, dopo aver compiuto l'opera di salvezza, sta presso il Padre, condividendo tutta la sua realtà di amore e di verità. Gesù stesso afferma: «Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io dico, non le dico da me, ma il Padre che è in me compie le sue opere» (Gv 14,10; cfr. 9,4). Gesù è la Parola del Padre; il Verbo incarnato costituisce la manifestazione visibile e umana della verità suprema del Padre; egli umanamente si identifica alla parola eterna pronunciata da sempre dal Padre e rivelata agli uomini, per insegnare e suscitare la loro risposta, per comunicare loro l'amore infinito e la salvezza piena. Proprio questa Parola è in grado di giudicarli.
 Lo confessa espressamente Gesù: «Il Padre non giudica nessuno, ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre» (Gv 5,22-23). Egli spiega l'origine di questo potere giudicante che il Padre ha messo nelle sue mani: «Io non posso far nulla da me stesso; giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 5,30).

 Teologicamente parlando nasce la questione per sapere la ragione in forza della quale il Padre ha delegato il Figlio nel giudicare gli uomini. Si possono dare due ragioni: una antropologica e l'altra soteriologia o salvifica.
 Il motivo antropologico si può desumere dalla realtà umana del Figlio incarnato, il quale, condividendo in tutto le situazione degli uomini, eccetto il peccato, si pone in una condizione privilegiata per comprendere concretamente ed esistenzialmente i comportamenti umani, quasi che potesse dare un parere più benevolo su coloro che sono giudicati. Egli ha partecipato ai limiti, alle sofferenze, alle umiliazioni, a tutti i disagi in cui può incappare la creatura umana. Per questa ragione ne capisce fino in fondo le motivazioni più vere. In certo modo il Padre, nella sua infinita disponibilità e misericordia, ha voluto che il giudizio scaturisse anche da una posizione di compartecipazione e di compassione verso l'imputato. Si vede una delicatezza sconfinata, che commuove l'animo umano.
 Il motivo soteriologico proviene dall'opera redentrice che Gesù ha compiuto, morendo sulla croce. Quell'atto sacrificale di totale oblazione verso il Padre e verso gli uomini costituisce la rivelazione piena e suprema dell'amore salvifico di Dio. Di fronte a questa manifestazione totale dell'amore l'uomo non può trovare nessuna giustificazione o nessuna scusa per salvaguardare il suo rifiuto all'incontro con Dio. Un amore, quello di Gesù, così incondizionato e gratuito che non può ricevere alcun rifiuto oggettivamente motivato, ma solo un rigetto soggettivamente e liberamente provocato. Di fatto il giudizio sarà incentrato sull'amore, che ha l'apice nella croce e nella risurrezione. In questo senso il Cristo crocifisso e glorioso diventa il giudice supremo e impareggiabile per discernere il valore più puro dell'amore degli uomini.

Accanto al Padre e al Figlio non si può dimenticare lo Spirito Santo, il quale interviene in modo attivamente efficace nel giudizio escatologico, come è intervenuto al momento della morte in croce di Cristo e nella successiva storia della Chiesa e del mondo. Ciò si evidenzia in Gv 15,26-27, dove è descritta la funzione di testimonianza che lo Spirito svolge nel "grande processo" che il mondo ha intentato contro Gesù. In questo scontro, che perdura nel tempo e sempre si ripropone, sembra che Gesù sia il condannato perché colpevole. Lo Spirito dovrà così svolgere la funzione di avvocato difensore nei suoi confronti, affinché i credenti non vengano meno alla verità della sua parola e della sua azione salvatrice. Il Paraclito, che ha agito costantemente nel cuore dei discepoli, in quel giorno ultimo deporrà a favore del messaggio evangelico, per rafforzarli nell'adesione a Cristo, mentre capiranno con chiarezza la menzogna del mondo che si è opposto al Crocifisso. Proprio in ragione di questa testimonianza a Cristo immolato ed esaltato, il giudizio divino acquista una determinazione incontrovertibile, di fronte alla quale nessuno potrà obiettare, anzi il mondo incredulo dovrà riconoscere la propria falsità.
 Più precisamente se ne parla in Gv 16,7-11, dove torna la tematica precedente, in quanto il Paraclito «confermerà la colpevolezza del mondo». Lo Spirito non solo farà risplendere la luce del Cristo, ma in quella luce farà vedere il male presente nel mondo in una triplice dimensione: «quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio».
Lo Spirito farà comprendere che la mancanza di fede in Cristo è l'essenza del "peccato", come, al contrario, la vera opera che Dio desidera dall'uomo è credere in colui che egli ha mandato (Gv 6,29). Rifiutare il Figlio, quale espressione della misericordia del Padre, è veramente il grave peccato, che non permette a Dio di portare la sua salvezza all'uomo peccatore. Rigettando colui che può perdonare, di fatto si rimane schiavi dei peccati.
Inoltre lo Spirito fa comprendere la "giustizia" trionfante di Cristo glorificato. Il mondo incredulo pensa di aver giustiziato Gesù condannandolo a morte come malfattore, sbarazzandosi di un individuo pericoloso e mettendolo per sempre al di fuori della vita, al fine di farlo tacere e annientarlo; al contrario lo Spirito fa comprendere che quella morte ignominiosa non è altro che il ritorno nella gloria del Padre e la vera rivelazione della divina sapienza.
Lo Spirito di verità infine mette in luce il "giudizio" definitivo, quale conclusione del grande processo; ciò vale soprattutto per il principe di questo mondo, ormai annientato dalla croce di Cristo. Colui che sembrava sconfitto perché messo a morte, di fatto diventa ora colui che è innalzato a Giudice universale, quale Re sovrano che dall'alto del patibolo glorioso spodesta colui che pensa di governare il mondo, cioè satana e coloro che gli si assoggettano. Si tratta del definitivo trionfo della verità sulla menzogna, dell'amore sull'egoismo, della vita sulla morte.